Se pensi che il tuo lavoro sia stressante, prova a metterti nei panni del CEO di Volkswagen che ha appena chiuso il più grande accordo di ristrutturazione della sua storia: 100mila posti in meno entro il 2030, zero giorni di sciopero.

158 miliardi di ricavi, ma solo 5,9 miliardi di utile operativo. Vendite in calo dell’8,4%, in Cina addirittura del 25,9%. Un apparato industriale costruito per volumi e margini che il mercato dell’auto di oggi non garantisce più.

Il CEO, Oliver Blume, ha girato le fabbriche tedesche per presentare il piano prima del voto. A Emden lo hanno accolto con i fischietti. A Zwickau, cuore della strategia elettrica, ha evitato di rispondere quando gli operai gli hanno chiesto cosa produrranno dopo il 2030. Poi, all’ultima tappa a Wolfsburg, l’intesa con i sindacati guidati da Daniela Cavallo è arrivata prima del previsto: il consiglio di sorveglianza l’ha approvata all’unanimità, e il titolo ha chiuso in rialzo del 7,9%.

Il piano non riguarda solo la Germania; la Cina produrrà per la Cina, con sviluppo e software locali. In Occidente arriva la piattaforma condivisa con Rivian, dopo un investimento da cinque miliardi. Lamborghini resta il marchio con i margini più alti (+24%), Ducati rischia la cessione (+5,9%), Seat potrebbe sparire. Il destino di quattro stabilimenti tedeschi, tra cui Emden e Zwickau, resta da decidere entro giugno 2027.

Per l’Italia il tema è diretto: la Germania assorbe il 20,2% del nostro export di componentistica auto, un surplus da 7,4 miliardi. Una VW più piccola e regionalizzata cambierà anche i flussi di chi le fornisce i pezzi. E potrebbe non essere bellissimo.

Rimane comunque un buon esempio di management: l’accordo è nato per concertazione, con i sindacati seduti al tavolo a negoziare tagli su se stessi insieme al management. Invece che litigare a spron battuto, hanno trovato una intesa.