Bill Gates vuole tassare l’ai. Nessuno più di lui sa perché non funzionerà e la bella penna di Massimo Sideri su “l’Economia” lo spiega bene.
Nel 1784 la Gran Bretagna introdusse la brick tax, la tassa sui mattoni, per finanziare le casse prosciugate dalla guerra d’indipendenza americana. Effetto collaterale: bloccò per decenni l’innovazione nell’edilizia.
Bill Gates propone oggi di tassare l’ai, colpendo token e bot. Rischia di attivare lo stesso meccanismo, questa volta in modo consapevole: le aziende preferirebbero il lavoro umano all’innovazione tecnologica.
L’idea di redistribuire il gettito verso le categorie più esposte alla transizione ha senso. Keynes lo aveva già spiegato: le trasformazioni tecnologiche rendono obsolete alcune professioni e ne creano di nuove in parallelo. Il problema è la sincronia tra le due dinamiche, e quella va gestita con strumenti mirati.
La proposta di Gates ha un limite strutturale, e lui lo sa meglio di chiunque altro: tassare l’ai non funzionerebbe.
Da vent’anni Europa e Stati Uniti provano a far pagare alle big tech le tasse ordinarie sugli utili. Hanno perso quasi ovunque. OTT, nato per indicare gli Over the Top, è diventato un sinonimo informale di Over the Tax. Microsoft ha aperto la strada già negli anni Ottanta, seguita da Apple, Google, Meta, Amazon.
Il “sandwich olandese e il doppio irlandese“* hanno spostato per decenni i fatturati verso i paradisi fiscali. L’intangibilità dei servizi digitali ha permesso di far scomparire gli utili sotto la voce proprietà intellettuale. È facile immaginare che accadrà lo stesso, forse in misura più ampia, con l’ai.
Tassare i bot raccoglierebbe briciole dalle big tech e un conto salato dalle società europee di dimensioni minori, quelle senza le risorse per costruirsi uno scudo fiscale sofisticato. L’effetto sarebbe l’opposto di quello dichiarato: meno innovazione dove servirebbe di più.
Furore di Steinbeck racconta una dinamica simile: le banche si arricchirono con le ipoteche sulle fattorie delle famiglie costrette a migrare verso le città e le industrie. La risposta storica fu l’istruzione obbligatoria: una generazione pagò il prezzo della transizione, la successiva si integrò nella nuova economia.
Gates ha ragione: questa transizione sarà rapida, probabilmente non indolore. Motivo in più per investire subito in istruzione e reskilling, invece di inseguire uno slogan efficace ma inutile.
*Il doppio irlandese
Funzionava così: un’azienda creava due società in Irlanda. La prima deteneva i diritti di proprietà intellettuale (brevetti, marchi, algoritmi) ma aveva la sede fiscale effettiva in un paradiso fiscale come le Bermuda, dove le tasse sulle società sono pressoché azzerate. La seconda società, quella operativa in Europa, pagava alla prima royalty molto alte per l’uso di quella proprietà intellettuale. Risultato: i profitti generati in Europa “sparivano” come costo per royalty, spostandosi verso l’entità a Bermuda che di fatto non pagava quasi nulla.
Il sandwich olandese
Era il passaggio intermedio che rendeva il meccanismo ancora più efficiente. Invece di far transitare le royalty direttamente dall’Irlanda alle Bermuda, il flusso di denaro passava prima per una società in Olanda. Perché? Perché tra Irlanda e Olanda non c’era ritenuta alla fonte sui pagamenti di royalty (grazie alle direttive UE sulle società madri-figlie), quindi il denaro poteva attraversare i Paesi Bassi senza subire tassazione, prima di proseguire verso il paradiso fiscale finale.
Il nome “sandwich” viene proprio da questa struttura: due entità irlandesi che “avvolgono” una società olandese nel mezzo.
Cosa è successo dopo
L’Irlanda ha chiuso lo schema del doppio irlandese nel 2015, con un periodo transitorio fino al 2020 per le aziende che lo usavano già (Google è stata tra le ultime a smettere di usarlo). Ma quando si sono chiuse queste porte, le big tech ne hanno aperte altre. La battaglia per tassare gli utili reali di queste aziende continua, ed è in gran parte una battaglia persa, motivo per cui l’OTT è diventato “Over the Tax” invece che “Over the Top”.