Nel grande Far West della finanza digitale, la corsa all’oro non si fa più con picconi e muli, ma con smartphone, algoritmi e licenze bancarie. E la mappa del tesoro, in queste settimane, ha cambiato padrone.

Fino a ieri il nome era uno: Revolut, il campione europeo del fintech, la startup diventata colosso. Valutazione da circa 75 miliardi di dollari, decine di milioni di clienti, un’espansione globale degna di una saga epica.

Poi, da sud, a ritmo di samba, è arrivato un cavaliere inatteso: Nubank.

Fondata a San Paolo nel 2014, Nubank oggi vale circa 90 miliardi di dollari e ha superato la rivale europea. Parliamo di una banca nata come semplice app per carte di credito, diventata una macchina da guerra con oltre 120 milioni di clienti in America Latina e profitti in rapida crescita (quasi 3 miliardi di dollari nel 2025).

E ora Nubank punta alla prossima frontiera: gli Stati Uniti. Ha già ottenuto una prima approvazione per una licenza bancaria nazionale e vuole entrare in un mercato dove il bottino è enorme, ma la competizione è spietata. “Vado, l’ammazzo e torno” direbbe Clint Eastwood.

La visione del fondatore David Vélez sembra uscita da un romanzo di conquista: trasformare una banca latinoamericana in una piattaforma tecnologica globale di servizi finanziari. E replicare negli USA la sua arma segreta: offrire servizi a basso costo alle fasce meno servite, dove le commissioni sono più alte e la concorrenza più debole.

Nel frattempo, Revolut non è certo ferma al palo: profitti in forte crescita, espansione mondiale, ambizioni da super-app finanziaria. Ma nel Far West del fintech, essere il più veloce non basta: serve anche essere il più audace (sperando che il regolatore non si innervosisca troppo).

La nuova frontiera della finanza globale sembra strizzare l’occhio a un mondo con banche senza filiali,
clienti senza confini, capitali che viaggiano alla velocità del software.
La prossima grande banca del mondo potrebbe non avere grattacieli né sportelli. Solo un’icona sullo schermo. Anche se, secondo me, tutto bene se parliamo di consumer, con le aziende la partita potrebbe essere un po’ diversa (le filiali, a mio avviso, servono ancora).

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