Nel Duecento, Siena era la capitale finanziaria d’Europa.

Mentre Firenze cresceva, i Bonsignori avevano già finanziato re d’Inghilterra, re d’Aragona e il Papa. Gestivano le decime della Chiesa, l’esportazione di capitali verso le Crociate, e la guerra di Carlo d’Angiò contro gli Svevi per il controllo del Sud Italia.

La Gran Tavola dei Bonsignori era la più grande banca del mondo medievale. Banca universale, ante litteram.

Poi Firenze vinse, i fiorentini scalzarono i senesi dai mercati europei, e Siena rimase grande città d’arte. Ma rimase anche Banca Monte dei Paschi: l’istituto fondato nel 1472, mai scomparso, mai assorbito, mai rinominato. Cinquecento anni mentre attorno cadevano nomi storici come foglie.

Qual’è il nuovo nome di MPS?

Oggi il progetto Intesa-Unipol-Bper prevede di inglobare Mps in Bper e chiamare il risultato “Banca Monte dei Paschi” senza più “Siena”.

È la chiusura di un ciclo lungo mezzo millennio.

La partita però non riguarda il cambio di nome, è altrove: il 13% in Generali custodito in Mediobanca, destinato a migrare nel gruppo Intesa, ridisegna l’architettura del capitalismo finanziario italiano in modo che non si vedeva dagli anni Novanta. Milano-Bologna-Siena-Roma: la mappa del potere si ridisegna lungo questo asse, non a Londra o Parigi.

La “senesità” del Monte è stata il mantra di ogni coalizione politica locale per vent’anni. Nel 2000 saltò l’acquisizione di Bnl perché la Fondazione non voleva scendere al 20%. Nel 2022 le azioni quotavano 1,4 euro. Oggi sono sopra 10, con Luigi Lovaglio alla guida e lo Stato in uscita progressiva.

L’OPAS lanciata da Intesa Sanpaolo l’8 giugno vale oltre 30 miliardi. A Unipol vanno 635 filiali e il marchio Monte dei Paschi, da fondere con Bper, per creare il secondo polo bancario italiano per raccolta diretta, impieghi e sportelli. Intesa invece mantiene Mediobanca e il suo marchio, che è il vero asset strategico dell’operazione.

Il cerchio si chiude. La città che finanziò i papi diventa spettatrice di ciò che resta del suo istituto.

Il risiko bancario italiano sta producendo qualcosa di strutturale, non solo un’operazione finanziaria. Vale la pena seguirlo come tale.