
Panico a Wallstreet: questa settimana i colossi della tecnologia, Nvidia, Microsoft, Palantir e altri, hanno bruciato oltre 400 miliardi di dollari di valore in Borsa. E a innescare il terremoto è stata proprio OpenAI, l’azienda simbolo della rivoluzione che tutti stiamo inseguendo.
La “colpa” è della sua CFO, Sarah Friar, durante un evento del Wall Street Journal, ha ipotizzato che il governo USA potesse “backstoppare” i prestiti per finanziare gli investimenti miliardari di OpenAI.
In inglese “backstop” significa garantire o sostenere finanziariamente qualcuno o qualcosa in caso di problemi. E non può essere usato con leggerezza. Detta così infatti, è suonata come una richiesta di “bailout”, cioè di salvataggio pubblico, e ha scatenato la reazione politica immediata.
“Nessun salvataggio federale per l’AI”, ha dichiarato subito David Sacks, consigliere AI e crypto dell’amministrazione Trump.
Nel giro di poche ore, Friar ha fatto marcia indietro su LinkedIn, ammettendo di aver scelto male le parole. Poi è intervenuto anche Sam Altman per ribadire che “i governi non devono scegliere vincitori o vinti, né salvare aziende che sbagliano i conti.”
Questo scivolone ha però riportato i riflettori sui conti di OpenAI. Il problema è che la matematica non torna.
OpenAI ha impegni infrastrutturali per 1.4 trilioni di dollari nei prossimi 8 anni, tra Nvidia, Oracle, AMD e, da pochi giorni, anche 38 miliardi con AWS.
A fronte di tutto questo, genera circa 20 miliardi di ricavi annui, ma ha perso 12 miliardi nel solo ultimo trimestre.
Anche se le previsioni restano ambiziose, gli analisti iniziano a chiedersi se la corsa all’AI non abbia superato la realtà dei numeri. E gli investitori frenano.
La Nasdaq si avvicina alla correzione, Bitcoin scivola sotto quota 100.000 e cresce il timore di un ritracciamento del 10%.
Dopo mesi di entusiasmo, il mercato sembra misurare il costo della promessa dell’AI.