Negli Stati Uniti un amministratore delegato su nove è stato sostituito nell’ultimo anno tra le 1.500 maggiori società quotate. Un turnover del 15% che ha toccato soprattutto tecnologia, media, telecomunicazioni, finanza e retail.

Non si parla di piccole realtà: gruppi come Verizon Communications e Yum! Brands hanno cambiato guida. In poche settimane hanno annunciato nuovi CEO anche The Walt Disney Company, PayPal e HP Inc..

Il dato interessante non è solo la quantità, ma il profilo: i nuovi CEO hanno in media 54 anni e oltre l’80% è alla prima esperienza da numero uno. Due terzi non avevano mai fatto parte di un consiglio di amministrazione.

È un cambio generazionale? Snì, In parte. Sembra più un cambio di aspettative.

Board più impazienti, mercati più nervosi, intelligenza artificiale che riscrive modelli di business, equilibri geopolitici instabili. In questo contesto la tolleranza verso performance stagnanti si riduce drasticamente.Forse c’è una po’ troppa isteria.

Il confronto con l’Italia è inevitabile.
Da noi più della metà degli amministratori delegati supera i 60 anni e resta in carica oltre sei anni. I compensi sono inferiori rispetto agli Stati Uniti, ma l’età media è più alta. Anche tra i giovani laureati, le retribuzioni restano distanti dagli standard internazionali.

Negli USA si sta facendo un grande esperimento di leadership: promuovere profili meno “istituzionali”, più operativi, spesso cresciuti internamente, chiamati non a gestire l’esistente ma a reinventarlo.

Che poi per dirigere un’azienda, il punto non è l’anagrafe.
È la capacità di generare fiducia, visione e risultati in un ciclo economico che cambia velocemente. E, sì, spesso ci vuole tanta esperienze e… si ritorna all’anagrafe come un cane che si morde la coda.

Fonte: L’Economia.

Tags: