
Si ricomincia. In tanti sapete che sono DISOCCUPATO (lo scrivo in bold caps lock per fare ancora più paura) ma la NASPI ha ormai i giorni contati: col prossimo mese si ritorna in pista.
É uno spoiler, sì, ma anche la bella notizia (almeno per me!).
Vorrei però riavvolgere il nastro.
Ad agosto 2025 si è interrotta una storia d’amore lavorativa mai davvero cominciata. E mi sono ritrovato a piedi. Niente piano B, nessuna strategia di riserva. Solo una grande serenità – quella che arriva quando sai di aver fatto tutto il possibile.
Certo, nel retrocranio una vocina insisteva:
“Abbello, te devi trovare un nuovo lavoroooo”.
Mi ero dato un obiettivo: tornare in pista entro due mesi. Mi sembrava un traguardo realistico.
Poi un amico, al telefono, mi gelò:
“Vabbè, adesso quanto ci metterai? Un annetto?”
Un annetto?!
Beh, non è poi così lungo, mi hanno detto anche diversi recruiter. “Il mercato è fermo”, “pensa a un piano B”, “fatti due conti su Excel e calcola quanto puoi resistere senza lavorare”.
Tradotto: quanto tempo hai prima di rimanere al verde?
Così ho fatto quello che chiunque farebbe: ho attivato i contatti, lanciato un S.O.S., chiamato head hunter, monitorato con attenzione le aziende dei miei sogni.
Ogni giorno (e ogni notte) spulciavo annunci su LinkedIn, rispondendo anche a quelli “non proprio in target”, giusto per non starmene con le mani in mano.
Nei primi sessanta giorni, tante chiacchiere, tanta stima, ma pochi fatti.
Però questi confronti mi hanno insegnato qualcosa di prezioso: la profondità delle relazioni.
Perché quando ti fermi, capisci subito chi si muove per te e chi invece si limita a un “in bocca al lupo”.
E in quei giorni ho capito la più classica delle verità: quando resti fermo, vedi chi ti tende una mano e chi scappa via.
Ci sono persone che, in silenzio, si sono fatte in quattro per aiutarmi: hanno segnalato, chiamato, speso una parola buona.
Quelle persone me le ricorderò per sempre.
Hanno dimostrato che la lealtà non si dichiara, si pratica.
E poi ci sono gli altri.
Quelli che ti scrivevano “amico mio” fino al giorno prima, e poi sono spariti.
Quelli che hanno fatto finta di muoversi, giusto per tenersi buoni rapporti.
E quelli che hanno preferito il silenzio, convinti che un momento difficile fosse contagioso.
Ecco, di loro mi ricorderò ancora di più.
Perché la memoria non è rancore: è giustizia personale.
Come diceva Cicerone, “la prova dell’amicizia si ha nella sventura”.
E in questi mesi, ho fatto un master in sventura applicata.
Dopo 60 giorni, solo tre colloqui. Tre esiti negativi.
Cavolo.
Poi, come spesso accade, la svolta è arrivata quasi per caso.
Un contatto, una chiacchierata, un’opportunità interessante.
Mi sono mosso, ho fatto il mio gioco… e me la sono portata a casa.
Totale: disoccupato per 70 giorni.
Lesson learned?
Il lavoro si trova con le relazioni.
Ah, quindi non è meritocratico?
Certo che lo è.
A 50 anni la meritocrazia si misura anche nel network che hai costruito e nella tua capacità di generare fiducia. Non è più (solo) una questione di hard skill, ma di come hai seminato nel tempo.
Il consiglio che mi sento di dare è semplice: coltiva relazioni sane con clienti, fornitori, colleghi.
Esci dall’ufficio, confrontati, resta sempre curioso.
E se serve, fatti aiutare: io ho seguito un ottimo percorso di career coaching che mi ha rimesso nella giusta direzione.
Riguarda il tuo CV, studia come funzionano gli ATS, renditi visibile.
Ma soprattutto: non perdere fiducia.
Continua a seminare e a coltivare, perché prima o poi, il raccolto arriva.
Non si piange sulla propria storia, si cambia rotta.
– Spinoza