Immagina una rapina in cui nessuno scassina nulla e le vittime consegnano le chiavi con le proprie mani.

Per capirla serve prima un oggetto, il Ledger: è una chiavetta USB con un piccolo schermo, prodotta da un’azienda francese. I bitcoin non stanno al suo interno, perché restano registrati sulla blockchain, un enorme registro pubblico che tiene traccia di ogni movimento. Nel Ledger ci sono le chiavi segrete che permettono di spostarli, tenute lontane da internet e dagli attacchi informatici. Alla prima accensione compaiono 24 parole, la frase di recupero, che equivalgono a una chiave universale: chi le possiede svuota il portafoglio da qualsiasi luogo, senza pin e senza il dispositivo.

La trama del film: tutto comincia a Kuala Lumpur, dove a marzo 2026 un rivenditore autorizzato Ledger cambia proprietario in silenzio, con un accordo di riservatezza, e continua a vendere con lo stesso nome.

Nei mesi seguenti, secondo le ricostruzioni, arrivano ai clienti delle chiavi modificate, dotate di una sim nascosta. Ogni volta che sul display compaiono le 24 parole, la scheda le copia e le spedisce a chi sta, in ascolto, dall’altra parte.

Il 9 ottobre scatta il colpo: svuotamenti tutti insieme, per non lasciare segnali alle altre potenziali vittime. In totale circa 102 milioni di dollari da 324 portafogli, di cui Tether riesce a congelarne circa 10 milioni. Ledger ha confermato un impianto hardware in un dispositivo acquistato da quel rivenditore, senza accusarlo di nulla, e dove sia avvenuta la manomissione resta da chiarire.

Il sistema di crittografia ha retto e a cedere è stata la catena che porta il prodotto dal produttore alle mani dell’utente. Qualcuno si è sapientemente infilato nel mezzo. La sicurezza vale quanto il suo anello più debole.

Si indaga ma, brutto a dirlo, quando ci sono di mezzo le cripto, i contorni delle vicende sono sempre molto opachi e sfumati.

Fonte: IlCorrieredellaSera

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