Tempo di bilanci: il Pnrr (in scadenza a fine anno) ha raggiunto il 72,3% dei traguardi (416 su 575) contro una media Ue del 57,9%, eppure tra il 2023 e il 2026 la crescita è rimasta sotto l’1%.
I numeri raccontano un bilancio in chiaroscuro. Quello che preoccupa, secondo me, è il “poi”.
L’Italia ha incassato 165,99 miliardi, l’85,4% delle risorse assegnate, con oltre 500.000 interventi completati (il 26,2% di quelli approvati) e 168.879 cantieri ancora aperti che pesano per il 76,3% dei fondi impegnati.
Il Trentino-Alto Adige è al 46,6% di progetti realizzati, la Lombardia al 40,4%, mentre Liguria e Sicilia restano sotto il 20%. Bravi ad acchiappare il budget, meno nell’execution.
Il capitolo più delicato riguarda il dopo: asili e strutture sanitarie già costruiti che non possono aprire perché manca il personale (spesa corrente che il Pnrr non può finanziare), 8,2 miliardi che mancheranno ai Comuni per completare gli interventi e, dal 2028, il rimborso di 122,6 miliardi di prestiti a fronte di soli 71,8 miliardi a fondo perduto.
Il Documento Programmatico di Finanza Pubblica stima un impatto sul pil del 9,2% entro il 2031, mentre l’Osservatorio delle Imprese della Sapienza colloca l’Italia al 45° posto su 70 nella graduatoria della competitività.
Il banco di prova sarà la capacità di trasformare cantieri in servizi e riforme in produttività.
Fonte: Milano Finanza