
Il titolo che doveva portare Wall Street su Marte è tornato sulla Terra.
SpaceX si è quotata in borsa a giugno con un prezzo di 135 dollari per azione. Nei giorni successivi il titolo è schizzato fino a superare i 225 dollari. Poi, qualche settimana dopo, è sceso sotto i 135 dollari di partenza. Stessa azienda, stessi razzi, stesso Starlink che funziona esattamente come prima. Cos’è successo? E’ cambiato qualcosa? Non l’azienda, è cambiato il mercato attorno all’azienda.
Primo concetto: domanda e offerta, ma con l’offerta quasi azzerata.
Immagina una classe di 30 alunni dove, per una gara di figurine, solo 1 alunno può vendere le sue. Gli altri 29 le tengono chiuse nello zaino, non possono venderle per regole (le hanno firmate all’inizio). Se in quella classe ci sono 5 compagni che vogliono comprare figurine, il prezzo dell’unico venditore vola alle stelle, non perché le figurine valgano di più, ma perché ce ne sono pochissime in circolazione.
È esattamente questo che è successo con SpaceX. Quando l’azienda si è quotata, ha reso disponibili al pubblico meno del 5% di tutte le sue azioni. Il restante 95% era bloccato da un accordo chiamato lock-up, una specie di promessa firmata da dipendenti e investitori storici: “non vendo le mie azioni per un certo periodo di tempo”. Con pochissime azioni disponibili e tanta gente che voleva comprarle, il prezzo è salito rapidamente. Non era il mercato che diceva “questa azienda vale il triplo”, era semplicemente la scarsità che faceva il suo lavoro.
Secondo concetto: quando i grandi fondi sono obbligati a comprare.
C’è un’altra dinamica interessante. Esistono dei fondi di investimento, chiamati fondi indicizzati, che non scelgono liberamente cosa comprare: seguono automaticamente un paniere di titoli (un indice), tipo il Nasdaq-100. Quando SpaceX è entrata in questi indici, tutti quei fondi sono stati costretti a comprare le sue azioni, che lo volessero o no, semplicemente perché il regolamento glielo imponeva. È come se, in una gara scolastica, il preside decidesse che tutte le classi devono avere per forza almeno tre figurine di quel tipo: anche chi non le voleva, ora deve procurarsele.
Terzo concetto: la scommessa che si autoalimenta.
Poi c’è un fenomeno più sofisticato, le opzioni call: contratti che permettono di scommettere che un titolo salirà, senza comprarlo direttamente. Quando moltissime persone comprano queste scommesse, chi gliele vende (i market maker, gli intermediari) deve proteggersi comprando a sua volta le azioni vere. Più scommesse arrivano, più azioni devono comprare per coprirsi, più il prezzo sale, il che spinge altra gente a scommettere ancora. Si chiama gamma squeeze, ed è un circolo che si alimenta da solo, in salita.
E ora: perché il prezzo è sceso?
Tutti e tre questi meccanismi erano temporanei. I fondi indicizzati hanno comprato una volta sola, quando SpaceX è entrata negli indici, e ora hanno finito. Le scommesse sulle opzioni si sono raffreddate. E soprattutto, si avvicina la data in cui una parte di quelle azioni “bloccate nello zaino” diventerà finalmente vendibile: succederà due giorni dopo la pubblicazione dei conti del secondo trimestre, previsti tra fine luglio e inizio agosto. Da quel momento, il 20% delle azioni oggi bloccate potrà essere venduto (fino al 30% se il titolo è ancora molto sopra il prezzo di Ipo).
Tornando all’esempio della classe: è come se, dopo settimane in cui solo un alunno poteva vendere, il preside annunciasse che da lunedì altri sei compagni potranno vendere le loro figurine. Automaticamente, chi le voleva comprare pensa: “aspetto lunedì, ce ne saranno di più e costeranno meno“. La domanda si raffredda prima ancora che l’offerta arrivi davvero sul mercato.
Ora: che cosa resta, tolti tutti questi effetti tecnici? Resta l’azienda vera. E qui la storia si complica: delle tre attività di SpaceX, solo Starlink (le comunicazioni satellitari) produce utili. Intelligenza artificiale e lanci spaziali erano in perdita nell’ultimo trimestre. Quindi, tolta la scarsità artificiale che aveva gonfiato il prezzo, il mercato ora deve rispondere a una domanda molto più difficile: quanto vale davvero un’azienda con un solo business in utile su tre?
La lezione: un prezzo che sale non significa sempre che un’azienda valga di più. A volte significa solo che, per un periodo limitato, c’erano pochissime azioni e troppa gente che voleva comprarle. Quando le regole cambiano e l’offerta si normalizza, il prezzo torna a raccontare la storia vera dell’azienda, non quella della scarsità.