
Crypto e banche sono state a lungo frenemies. JP Morgan però ha appena fatto un passo che racconta molto del momento che stiamo vivendo.
La banca è pronta a lanciare My OnChain Net Yield (MONY), il suo primo fondo monetario tokenizzato. Il debutto è previsto a breve con 100 milioni di dollari, rivolto a investitori istituzionali (da 25 milioni in su) e high net worth individuals (da 5 milioni), con una soglia minima di ingresso pari a 1 milione.
La tokenizzazione consiste nel portare un asset tradizionale su blockchain. Per chi investe significa poter ottenere rendimento mantenendo gli asset interamente on-chain, superando uno dei limiti storici delle stablecoin, spesso ferme e senza interesse. Per i gestori, invece, vuol dire regolamenti più rapidi, costi inferiori e maggiore appeal verso clientela digitale. In alcuni casi, le quote dei fondi tokenizzati possono persino essere usate come collaterale sugli exchange crypto.
E JP Morgan non è la sola a sperimentare. Negli ultimi mesi anche Franklin Templeton e BlackRock hanno lanciato fondi tokenizzati, segno che Wall Street sta sperimentando seriamente le “digital rails”. MONY sarà supportato da Kinexys Digital Assets, la piattaforma proprietaria di tokenizzazione su cui JP Morgan lavora da anni.
Il lancio arriva dopo una decisione non da poco dell’Office of the Comptroller of the Currency (OCC), che ha concesso un’approvazione condizionata a Circle e Ripple per costituire national trust banks. Se confermata, permetterebbe loro di custodire asset dei clienti e regolare pagamenti a livello nazionale, pur senza raccogliere depositi o concedere prestiti come una banca tradizionale.
Secondo Klaros Group, nel solo 2025 sono state presentate dodici domande per licenze di trust bank, il numero più alto degli ultimi otto anni. Tra i nomi coinvolti figurano Coinbase, Wise, BitGo, Paxos, Fidelity e Sony Bank.
Le banche alzano gli scudi
Le banche tradizionali guardano con diffidenza a questo scenario. Diverse associazioni di settore hanno chiesto all’OCC di respingere alcune richieste, sostenendo che le crypto company potrebbero servire clienti bancari senza rispettare gli stessi requisiti di capitale, liquidità e vigilanza.
Chi è favorevole ribatte che la resistenza ha molto a che fare con la difesa delle rendite. Emittenti di stablecoin come Circle e Ripple, con infrastrutture più rapide ed economiche, potrebbero nel tempo aggirare banche e circuiti di carte nei pagamenti. Una licenza federale darebbe loro credibilità regolamentare e scala nazionale, rendendole attraenti per grandi merchant e piattaforme.
Nel frattempo, il sistema finanziario continua a spostarsi verso infrastrutture digitali, sostenuto da un clima politico più aperto alle crypto e dall’approvazione del GENIUS Act. L’iniziativa di JP Morgan sul fondo monetario tokenizzato suggerisce che, per molti incumbent, l’approccio sta diventando sempre più quello dell’adattamento, non del rifiuto.