Nel terzo trimestre 2025, secondo i dati Ocse e Wto, le esportazioni italiane hanno superato quelle giapponesi. Davanti all’Italia restano solo Cina, Stati Uniti e Germania: dieci anni fa eravamo sesti o settimi in classifica.

Nell’immaginario collettivo il made in Italy resta moda, vino e arredamento. In realtà il motore più potente del 2025 è stato il farmaceutico, con esportazioni verso gli Stati Uniti cresciute del 54,1% secondo Reuters. Seguono macchinari industriali, mezzi di trasporto, agroalimentare (quasi 73 miliardi di euro), lusso e chimica specializzata.

Questa crescita è arrivata nonostante i dazi di Trump, non grazie a un mercato alternativo come la Cina, che infatti non compare tra i Paesi trainanti. Gli Stati Uniti restano il primo mercato extraeuropeo dell’Italia, con un surplus commerciale superiore a 34 miliardi di euro. L’Italia è stata l’unica grande economia europea a crescere sul mercato americano nel 2025, mentre Germania, Francia e Spagna arretravano.

Gli imprenditori italiani non si sono lasciati spaventare dalla retorica anti USA, hanno aumentato investimenti e presenza commerciale proprio lì dove la domanda tirava di più.

Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison, lo ha sintetizzato per Les Echos: l’Italia è l’unico Paese europeo che ha tenuto testa alla Cina nell’ultimo decennio. Non grazie a un campione nazionale, ma al modello dei distretti industriali, reti territoriali di PMI specializzate che blindano le filiere in un contesto instabile.

Occhio però perchè il vantaggio sul Giappone si spiega anche con un dollaro forte e un’industria automobilistica nipponica in difficoltà, quindi non è detto sia permanente. E parte della crescita farmaceutica viene da multinazionali estere con stabilimenti in Italia, un motivo in più per non trattare gli investimenti esteri come un problema.

Detto questo però i legami economici tra Italia e Stati Uniti vengono da prima del 1945 e sopravvivono ai cicli politici. I presidenti cambiano. Chi compra farmaci, macchinari e prosciutto made in Italy, no.

Fonte: Il Corriere della Sera

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