
Lo so che di solito parlo di pagamenti e business ma se non facciamo più figli, chi pagherà? Chi farà girare l’economia?
355mila sono i “nuovi” nati nel 2025. E’ Il numero più basso dal secondo dopoguerra, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna. Il 62% di chi ha rinunciato ad avere figli lo attribuisce a ostacoli economici e lavorativi, mentre solo il 5,5% dice semplicemente di non volerne. Il problema non è la voglia di genitorialità ma tutto quello che le persone incontrano prima di poterla realizzare.
C’è una lettura storica interessante, credo, che aiuta a inquadrare la cosa. All’apice del Baby boom il tasso era 2,7, contro il 5 dell’epoca dell’Unità d’Italia. Anche allora la fecondità stava scendendo, ma dentro un contesto in cui uno stipendio bastava per formare una famiglia, la mobilità sociale era alta e il futuro sembrava un terreno solido su cui costruire solide realtà (sì, lasciami scherzare ogni tanto). Oggi il punto di partenza per le nuove generazioni non è 2, e nemmeno 5: è zero. In questa cornice, l’1,14 del 2025 rappresenta comunque un investimento su un futuro condiviso, fatto da chi ha scelto di provarci nonostante l’incertezza.
Le nuove generazioni non rifiutano la genitorialità come progetto di vita. La vogliono, ma a condizione che si inserisca in un percorso di realizzazione personale e professionale, con il tempo e la sicurezza economica per investire davvero sui figli. In Italia mancano proprio queste condizioni: squilibri generazionali e di genere più marcati che nel resto d’Europa, politiche familiari deboli, e una narrazione pubblica che dà per scontato che si starà peggio dei propri genitori.
Qui le aziende un ruolo lo possono giocare, e in parte lo stanno già facendo. L’Osservatorio Italian Welfare segnala che il 97% dei piani di welfare aziendale oggi include misure di work-life integration, con bonus per i genitori e servizi di supporto alla genitorialità in crescita. Ma solo il 13% delle aziende riesce a misurarne davvero l’impatto, segno che restano ancora iniziative isolate più che un sistema integrato.
Quindi sì, quello della natalità è anche un problema culturale. Ma non nel senso di una generazione che non vuole figli: nel senso di un Paese che non ha ancora costruito le condizioni perché i figli tornino a essere una scelta percorribile. E si torna a parlare quindi di “inverno demografico”. Che brutta cosa.
Fonte: IlSole24Ore