Ieri Volkswagen è uscita ufficialmente dall’Euro Stoxx 50. Nel 2025 era già capitato a Stellantis.

È il simbolo plastico delle difficoltà di un intero settore, guidato in Europa proprio dal secondo produttore auto al mondo.

Il titolo è sotto quota 80 euro dall’inizio dell’estate, ai minimi degli ultimi anni. Venerdì scorso Volkswagen ha tagliato le previsioni di marginalità operativa 2026 dal 4% all’1%, citando 10 miliardi di euro di oneri extra: il crollo del mercato cinese, i costi di ristrutturazione e una svalutazione da 6 miliardi legata a Porsche.

La risposta è arrivata subito: tagli al personale raddoppiati, da 50mila a 100mila posizioni entro il 2030. Sul tavolo ci sono chiusure di stabilimenti e la possibile cessione di un marchio storico come Seat.

Proprio ieri, mentre il titolo lasciava l’indice, circa 175mila lavoratori tedeschi sono scesi in piazza, tra dipendenti di Volkswagen, Audi, Porsche, Mercedes e Bmw. E la leader di IG Metall, Christiane Benner, ha chiesto di estendere i dazi sulle auto cinesi per proteggere i produttori europei. Saranno davvero poi loro l’unica causa?

L’industria auto tedesca ha perso 100mila posti di lavoro dal 2019, i fornitori di componenti ne hanno persi altri 74mila tra il 2019 e il 2025, quasi un quarto della loro forza lavoro.

Elettrificazione costosa, dazi americani, base produttiva nazionale da ridimensionare e forza lavoro da riqualificare: la Germania industriale sta pagando il conto di un modello che per decenni ha funzionato, prima che il resto del mondo cambiasse le regole del gioco.