Fastweb+Vodafone e Tim hanno scelto la strada della cooperazione per estendere le reti nei comuni sotto i 35mila abitanti, adottando un modello di Radio Access Network (RAN) sharing. Ovvero: meno antenne replicate negli stessi territori e più utilizzo condiviso delle infrastrutture, con benefici evidenti su costi, tempi e sostenibilità degli investimenti. Finalmente una copertura 5G anche laddove i numeri, da soli, non tornerebbero (leggi: l’investimento non varrebbe la candela).

L’accordo preliminare, annunciato ieri, dovrà essere finalizzato entro il secondo trimestre e ottenere il via libera di Mimit, Antitrust e Agcom.

Il modello ricalca esperienze già viste in altri Paesi europei. Ogni operatore mantiene autonomia commerciale e tecnologica, ma condivide l’accesso alla rete radio-mobile. Fastweb+Vodafone e Tim si divideranno il lavoro su base geografica, con dieci regioni ciascuno e un obiettivo di circa 15.500 siti complessivi entro il 2028.

Dal punto di vista industriale, l’operazione libera risorse, riduce la pressione legata a energia e affitti delle torri e migliora la visibilità sugli investimenti. Secondo le prime stime degli analisti, il progetto con il nome in codice “Prism“, potrebbe generare benefici tra 250 e 300 milioni per operatore in dieci anni. Non è escluso che, nel tempo, si possa arrivare anche a una joint venture, con effetti positivi su capex e ritorni del capitale.

Il mercato ha reagito subito: Tim in forte crescita a Piazza Affari, Swisscom in rialzo a Zurigo. Segnali che confermano l’interesse degli investitori verso soluzioni capaci di rendere più sostenibile un settore che deve continuare a investire, pur convivendo con una forte pressione competitiva sui prezzi.

Sul piano strategico, questo approccio rappresenta un’alternativa credibile al consolidamento tradizionale e richiama precedenti come l’operazione Zefiro di Wind Tre e Iliad. Non correre in parallelo sugli stessi territori, ma coordinarsi per arrivare prima dove il mercato, da solo, fatica. Un cambio di paradigma che potrebbe fare scuola, soprattutto quando l’obiettivo è portare connettività di nuova generazione anche nei piccoli comuni. Molto bene.