Nel 1999 tutti dicevano che internet avrebbe cambiato tutto. E avevano anche ragione ma torto sui tempi, sui nomi e sui prezzi.

Oggi qualcuno più di uno) dice che l’AI cambierà tutto. Probabile. Ma il fatto che una tesi sia giusta non protegge chi la esprime nel momento sbagliato.

Ieri la Philadelphia Semiconductor Index è salita del 63% da inizio 2026. Qualcomm ha guadagnato il 41% in cinque sedute consecutive. Intel e AMD hanno quasi raddoppiato in un mese. Sempre ieri, Qualcomm ha però perso l’11,46%. In un giorno solo. Siamo sulle montagne russe.

Michael Burry, quello che aveva ragione nel 2008*, ha fatto lo stesso paragone che stai facendo tu in questo momento: dot-com.

I “bull” rispondono che il Nasdaq ci ha messo tre anni a raddoppiare, contro i 18 mesi del 1999. Che i fondamentali reggono. Che l’AI non è una promessa ma un mercato già reale.

Il problema è che oltre metà dell’S&P 500 è oggi esposta all’AI in qualche forma, e i semiconduttori pesano circa il 18% dell’indice. Questo significa che la maggior parte dei portafogli, volenti o nolenti, ha già scommesso sull’esito di questa storia.

Non serve essere “orsi” o “tori”. Serve sapere quanto stai scommettendo, su cosa, e con quale margine di errore puoi permetterti di sbagliare.

La diversificazione non è tanto una posizione ribassista, è una questiione di igiene.

Quanta AI c’è nel tuo portafoglio?

* La storia inizia nel 2005. Analizzando i dati grezzi dei mutui subprime americano, si rese conto che milioni di prestiti erano stati concessi a persone che non avrebbero mai potuto rimborsarli, e che quei mutui erano stati impacchettati in strumenti finanziari (i CDO) che le agenzie di rating valutavano come sicuri.

Non esisteva uno strumento finanziario per scommettere “contro” quel mercato.

Allora Michael Burry andò dalle grandi banche – Goldman Sachs, Deutsche Bank, Morgan Stanley – e gli chiese di creare un prodotto su misura: i credit default swap sui mortgage-backed securities. Le banche accettarono, convinte di vendergli carta straccia e intascare i premi assicurativi. Burry investì circa 1,3 miliardi di dollari di soldi dei suoi clienti in questa scommessa.

Per anni, i suoi investitori lo pressarono per riavere indietro i soldi. Lui tenne duro. Alcuni lo minacciarono di cause legali.

Quando il mercato immobiliare americano crollò nel 2007-2008, il suo fondo Scion Capital guadagnò il 489% nel periodo in cui l’S&P 500 perdeva il 55%. I suoi investitori personali guadagnarono circa 700 milioni di dollari.

Poi chiuse il fondo, stufo delle pressioni.

Tutta la vicenda è raccontata nel libro di Michael Lewis The Big Short (2010), poi diventato il film con Christian Bale nel 2015, dove Bale interpreta proprio Burry.