Con l’ultima manovra, il governo italiano ha deciso di agevolare fiscalmente la diffusione delle stablecoin denominate in euro, portando l’aliquota sui redditi e proventi derivanti da questi strumenti al 26% (invece del 33%). Una scelta che segue il recepimento della direttiva MiCAR e le indicazioni della Banca d’Italia, con l’obiettivo dichiarato di colmare il divario con le stablecoin in dollari, che oggi dominano il mercato globale.

Ma… è davvero questa la direzione giusta? O c’è un po’ di confusione nell’aria?

Da un lato, ha senso promuovere strumenti ancorati all’euro per rafforzare la sovranità monetaria e contrastare il predominio del dollaro anche nel mondo cripto. Dall’altro, però… non sarebbe più lungimirante accelerare lo sviluppo e l’adozione di un vero euro digitale, emesso dalla BCE, invece di incentivare soluzioni private (per quanto regolamentate)?

Le stablecoin in euro rappresentano oggi solo lo 0,2% del mercato globale. Serve davvero spingere su questi strumenti, o rischiamo di creare un’illusione di “alternativa europea” che però rimane nelle mani di attori privati?

Un euro digitale pubblico, sicuro, interoperabile, potrebbe offrire maggiore stabilità, controllo sistemico e garanzie per i cittadini. É la strada che stiamo perseguendo ma sembra che il dibattito si stia spostando più sulla fiscalità delle cripto-private che sulla vera innovazione infrastrutturale.

Forse, dico forse, invece di rincorrere gli USA sul loro stesso terreno, dovremmo puntare a cambiare il gioco.

Fonte dati: IlSole24Ore

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