Se ancora non hai capito quanto la politica e le relazioni contino nel mondo del business, guardati l’ultima mossa di PayPal: si è unita all’EPC (European Payment Council).
L’EPC gestisce gli schemi SEPA su 41 paesi e oltre 50 miliardi di transazioni l’anno. È l’organismo che deciderà come evolvono interoperabilità, pagamenti istantanei e resilienza infrastrutturale del continente. E da oggi, seduto a quel tavolo, c’è un attore americano con 430 milioni di account attivi nel mondo. Che tempismo 👀
Proprio mentre l’Europa costruisce Wero e l’alleanza EuroPA (Bancomat, Bizum, MB Way, Vipps) per liberarsi dalla dipendenza da circuiti non europei, e mentre Christine Lagarde ripete da mesi che due terzi dei pagamenti digitali nell’Eurozona passano ancora attraverso operatori esteri, uno di quegli stessi operatori ottiene un seggio formale nell’organismo che scrive gli standard.
Il CEO europeo Byrne lo presenta come contributo di competenza. Ed è vero che PayPal opera come banca regolamentata europea e conosce a fondo fraud prevention e instant payment su scala. Ma la competenza tecnica e l’interesse strategico non sono la stessa cosa: chi progetta gli standard di interoperabilità ha anche interesse a orientarli verso l’infrastruttura che già possiede, e questo vale per PayPal come varrebbe per qualsiasi player globale al posto suo.
Il paradosso è che l’EPC ha bisogno di quella competenza per restare rilevante, e PayPal ha bisogno di quel tavolo per restare centrale mentre l’Europa costruisce alternative che potrebbero marginalizzarla.
Sovranità e apertura ai grandi player globali, in questo momento storico dei pagamenti europei, tirano nella stessa direzione solo a parole.
Chi ci guadagna davvero da questo ingresso, l’ecosistema europeo o PayPal stessa?