Il mercato africano del mobile money ha toccato 1,43 trilioni di dollari di transazioni nel 2025 (+27% y/y), il 66% del totale mondiale. E potrebbe accelerare.

960 milioni di persone vivono già in zone coperte da rete mobile ma rimangono offline. Come raggiungerle?
Come mai non usano un cellulare? Beh, è il prezzo del dispositivo. La GSMA (un’organizzazione internazionale no-profit che rappresenta gli operatori di telefonia mobile a livello globale) ha lanciato un programma per portare smartphone 4G da 30-40 dollari in sei Paesi pilota: Nigeria, Etiopia, RDC, Ruanda, Tanzania, Uganda. Abbassare il prezzo da 40 a 30 dollari farebbe la differenza tra 20 e 50 milioni di nuovi utenti potenziali. Un delta di 10 dollari vale 30 milioni di persone.

Guardiamo chi ha già capito la posta in gioco.

  • M-Pesa genera oggi 1,2 miliardi di dollari di ricavi annui e processa transazioni equivalenti all’8% del PIL keniota.
  • MTN MoMo ha 63 milioni di utenti attivi e 321 miliardi di dollari di volumi nel 2024.
  • OPay, fondata in Nigeria nel 2018 con backing di SoftBank, vale oggi 2,75 miliardi di dollari. PalmPay ha moltiplicato i ricavi di 31.000% in tre anni.

E adesso arrivano anche i grandi player globali: PayPal ha annunciato ad esempio il lancio di una piattaforma wallet cross-border in Africa nel 2026, con interoperabilità diretta verso i wallet locali esistenti, M-Pesa e Flutterwave inclusi.

Ogni nuovo smartphone connesso è un potenziale conto, un wallet, una transazione. L’onboarding del prossimo miliardo di utenti non avverrà attraverso le banche tradizionali ma sarà attraverso il telefono, e chi presidia quella porta di ingresso costruisce un vantaggio competitivo difficile da erodere.

BCG stima che i ricavi del fintech africano cresceranno di 13 volte entro il 2030, raggiungendo 65 miliardi di dollari, il multiplo di crescita più alto di qualsiasi altra regione al mondo. L’Africa è un laboratorio avanzato ed è una storia che riguarda tutti.

P.S.
30/40 dollari? Sì, sarebbe bello se il costo della memoria e componenti non stessero schizzando alle stelle.
E poi, comunque, il digital divide africano non si chiude solo con dell’hardware economico. Come sempre e ovunque servono investimenti duraturi su infrastruttura, energia e formazione.