O meglio, dovremmo “poter” investire come in Svezia. Le famiglie italiane hanno una ricchezza enorme parcheggiata in depositi, polizze e immobili. Le imprese italiane, soprattutto quelle che innovano, dipendono troppo dal credito bancario.

In sintesi: i soldi delle famiglie non alimentano l’economia reale. Perchè? Sia perchè non facciamo educazione finanziaria, sia perchè mancano delle soluzioni pratiche.

La Relazione Consob di Chiara Mosca lo mette nero su bianco: il risparmio non si sposta per decreto. Si sposta se trova strumenti semplici, chiari e stabili.

La Svezia potrebbe essere un esempio da seguire. Nel 2012 ha introdotto l’ISK: un conto con tassazione forfettaria annua sul valore del portafoglio, zero vincoli di durata, zero tetti di contribuzione. Tu investi, fai e disfi senza grossi mal di testa. Sai che sarai tassato circa l’1% sulle plusvalenze. Semplice.

In Italia per poorare capitali alle imprese abbiamo lanciato i PIR. Il risultato è stato un compromesso che non ha davvero convinto nessuno dei due fronti. Vincolo di 5 anni, concentrazione domestica, complessità percepita.

La sequenza corretta è opposta. Prima si costruisce l’abitudine a investire con uno strumento semplice e permanente. Poi un mercato più liquido e più maturo sosterrà anche le imprese.

Non è patriottismo finanziario chiedere alle famiglie di investire. È dare loro uno strumento molto concreto che funzioni.

Il modello svedese esiste da 14 anni e ha cambiato il rapporto tra i cittadini e la borsa. L’Italia ha ancora tutti gli elementi per copiarlo bene e per promuoverlo.