346 miliardi di euro da “maneggiare” con cura. Non è una manovra finanziaria e non è un fondo europeo. È capitale privato che nei prossimi 10 anni finirà nelle mani degli imprenditori italiani. Da dove arriva?

Migliaia di aziende familiari cambieranno assetto: passaggi generazionali, aperture a nuovi soci, cessioni parziali o totali. Una sorta di staffetta. Secondo una ricerca di Pictet Wealth Management e Politecnico di Milano, parliamo di quasi 4.000 operazioni da qui al 2035.

“Avremo” (beh io no!) una massa enorme di liquidità pronta per essere reinvestita.

Questi capitali possono finanziare crescita, innovazione, nuove imprese, oppure prendere altre strade; gli imprenditori che vendono non escono davvero dal gioco: spesso rientrano come investitori, advisor, founder di nuovi progetti. Diventano, di fatto, una nuova classe di “investitori istituzionali” con esperienza operativa.

Se una parte rilevante di quei 346 miliardi resterà in Italia, potremo vedere aziende più grandi, più competitive, più attrattive anche per i talenti. Se invece il sistema non sarà in grado di accoglierli, potremmo bruciarci quei capitali che si sposteranno altrove, alla ricerca di condizioni migliori.

Politica industriale? Beh, sì: nei prossimi 10 anni l’Italia avrà a disposizione una leva enorme, generata dall’interno e non capita spesso, non c’è dietro una mano europea o fondi da restituire. È patrimonio nostro. Che non dobbiamo lasciarci scivolare via, non dobbiamo arrivare impreparati o improvvisare.