
Negli ultimi giorni è tornata ciclicamente una proposta che fa discutere: le chiusure domenicali della grande distribuzione. Tornare indietro sulle liberalizzazioni è però come provare a rimettere il dentifricio nel tubetto.
Dietro le domeniche c’è molto di più: la redditività e lo stato di salute di un settore enorme e fragile allo stesso tempo; la GDO italiana conta 54 mila punti vendita, 450 mila addetti e margini che oscillano tra l’1 e il 2 per cento. Capirai anche tu che per sopravvivere bisogna essere dei bravi equilibristi.
Secondo SWG (società di sondaggi/analisi di mercato), i nostri consumi arrancano: 43 italiani su 100 cercano di comprimere la spesa per sentirsi più sicuri, mentre un altro 19% rinvia gli acquisti importanti. E non perché manchino i soldi in assoluto: sotto il materasso (liquidità ferma sui conti correnti) abbiamo 1.840 miliardi, in gran parte di famiglie. È quindi una scelta difensiva, di paura, figlia della perdita di potere d’acquisto e che il quadro economico peggiori.
GDO sotto pressione
In parallelo avrai sentito degli altri fattori di pressione che preoccupano il settore: l’indagine Antitrust sui rapporti di filiera, con accuse pesanti alla GDO, l’uscita di Carrefour dall’Italia e un mercato davvero molto frammentato, dove i primi tre gruppi coprono solo il 42% e la concorrenza è agguerrita.
Sarebbero almeno 3.000 punti vendita in seria difficoltà.
Chiudere la domenica?
È in questo scenario che Ernesto Dalle Rive (Amministratore delegato di Coop Italia) ha rilanciato il tema delle chiusure domenicali: meno capacità di spesa, maggiore attenzione alla conciliazione vita-lavoro, costi del lavoro festivo elevati. Aggiungendo una motivazione valoriale: coesione sociale e risparmi da redistribuire ai consumatori. Tutti ragonamenti che ci stanno ma la reazione è stata immediata e polarizzata.
Sindacati e mondo cattolico in parte favorevoli. Federdistribuzione e Confcommercio contrarie, parlando di proposta anti-storica, di flessibilità richiesta dalle famiglie urbane e di rischio occupazionale, oltre al vantaggio che finirebbe per regalare al temutissimo e-commerce. Guai a parlargli di agentic e-commerce.
Invece che mandare un po’ tutto in vacca, l’allarme lanciato da Coop poteva diventare un’occasione per un confronto serio sui nodi strutturali del settore: stagnazione dei consumi, margini minimi, qualità del lavoro, innovazione quasi assente. Invece il dibattito si è arenato su uno scontro ideologico. Lì siamo sempre dei campioni a parlare e parlare.
Se la GDO non affronta questi temi in modo sistemico, il rischio è di scivolare lentamente verso una competizione fondata solo sul costo del lavoro: part-time involontari, contratti opachi, difficoltà a coinvolgere i giovani. Ed è proprio questo, più delle domeniche, che ci dovrebbe preoccupare.
Lavorando ogni giorno con il mondo del retail, in Market Pay vediamo da vicino quanto sia fragile l’equilibrio tra sostenibilità economica, efficienza organizzativa e qualità del lavoro.
Nel nostro piccolo cerchiamo di ottimizzare le risorse in gioco, riducendo inefficienze nei pagamenti e migliorando la gestione dei flussi finanziari. Non è la soluzione a tutti i problemi, ma è un passo concreto e misurabile, verso un sistema più sano e competitivo.
Fonte dati: L’Economia – Corriere della Sera