Quando parliamo di “nativi digitali” tendiamo a immaginarli come dei top-gun di tecnologia. In realtà, un “nativo digitale” è semplicemente chi è cresciuto con internet e i dispositivi tecnologici come parte naturale del proprio ambiente fin dall’infanzia. Ma questo non implica automaticamente il possesso delle competenze adeguate.

Indfatti il 31,5% dei giovani italiani tra 16 e 24 anni non raggiunge il livello minimo. Gosh.

Avere lo smartphone in mano dalla nascita non significa saper usare la tecnologia per lavorare, creare e risolvere problemi.

Lo dice un report di Adapt.

L’Italia è sì cresciuta, la quota di italiani con competenze digitali di base è salita al 54%, ma la media europea è al 60%. E il gap non è solo quantitativo: è qualitativo.

I ritardi più grandi sono esattamente dove fa più male:

Creazione di contenuti digitali: Italia al 62,6%, UE al 70,5%
Problem solving digitale: Italia al 78,2%, UE al 86,1%
Gestione di dati e informazioni: Italia al 79,1%, UE al 86,5%

Cioè: siamo indietro proprio nelle competenze che trasformano la tecnologia in strumento di lavoro e creazione di valore.

E sull’IA generativa il divario è ancora più netto: in Europa la usa il 32,7% della popolazione. In Italia il 19,9%.

Nel frattempo, le aziende cercano disperatamente queste figure. Oltre il 60% delle assunzioni programmate richiede già competenze digitali almeno intermedie e quasi il 50% delle posizioni aperte resta scoperto.

Il sistema scolastico non sembra funzionare come dovrebbe, “produce” un profilo ma il mercato del lavoro ne chiede un altro.

E non stiamo quindi parlando di un un problema di accesso alla tecnologia ma di cosa insegniamo e cosa continuiamo a non insegnare. E, personalmente, sono convinto che studiare gli Egizi dalle elementari alle superiori sia un po’ troppo, forse bisognerebbe lasciare spazio ad altro.

Stiamo aggiornando i percorsi formativi alla velocità con cui cambia la domanda di competenze?

Fonte: IlSole24Ore

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