Il giudice Francis Mathew ha condannato Meta a pagare 25 miliardi allo Stato del New Mexico per aver ingannato gli utenti sulla tutela dei loro dati, a partire dallo scandalo Cambridge Analytica. È una delle sanzioni più pesanti mai inflitte all’azienda da un singolo Stato americano, forse la più pesante in assoluto, e supera di oltre sette volte il tetto di 3,45 miliardi chiesto da Meta.

La giuria ha ritenuto ingannevoli 26 dichiarazioni su 29 e ha contato oltre 43 milioni di violazioni, una per ogni utente raggiunto da ciascuna dichiarazione, con un massimo di 5.000 dollari l’una. Il tetto teorico superava i 219 miliardi e l’intero importo andrà al sistema scolastico dello Stato.

Più utenti raggiungi con una promessa sbagliata, più alto è il conto. La scala, che per anni ha fatto la forza competitiva delle piattaforme, diventa il moltiplicatore della responsabilità.

Il mercato ha incassato con un rialzo in Borsa, perché per una capitalizzazione di quelle dimensioni 25 miliardi restano un costo gestibile. Certo è che si va a sbattere sempre lì: fiducia e consenso sui dati sono infrastruttura, con lo stesso peso di sicurezza e continuità di servizio.

Con Meta, per ora, rimaniamo nel mondo dei social ma quanto accade lì è da monito anche per chi opera nel mondo dei pagamenti: con PSD3 e la sovranità europea sui dati finanziari in costruzione, ogni dichiarazione fatta a un cliente su come usiamo le sue informazioni diventa un impegno misurabile.

Dormire tranquilli tranquilli è sempre più dura.

Fonte: IlSole24Ore