
Ci sono voluti cinque anni e tre tentativi falliti per arrivarci ma Shein debutterà in borsa il primo settembre. A Hong Kong e non a Wall Street.
Nel 2020 il colosso del fast-fashion di Nanchino tentò con New York, in piena pandemia, quando i ricavi avevano già toccato i 10 miliardi di dollari. I rapporti tesi tra Stati Uniti e Cina bloccarono tutto.
Due anni dopo il fondatore Chris Xu riprovò con Wall Street. Ma niente, lo scoppio della guerra in Ucraina fece saltare i piani.
Nel 2023 arrivarono i documenti riservati alle autorità americane. Stavolta furono l’opposizione politica e le cause di Levi’s e Ralph Lauren per imitazione di prodotti e marchi a fermare nuovamente il tutto.
Tra il 2024 e il 2025 toccò a Londra. Le autorità si bloccarono su certificazioni e modello produttivo, mentre un’indagine dell’elvetica Public Eye documentava turni medi di 75 ore settimanali negli stabilimenti di Guangzhou.
Sta quotazione nun sa da fa! Invece…Hong Kong apre le porte.
Shein offrirà 280 milioni di azioni tra 47,60 e 49,50 dollari di Hong Kong, per una raccolta fino a 13,86 miliardi di dollari HK (circa 1,5 miliardi di euro) e una capitalizzazione fino a 23 miliardi di euro.
Tanti o pochi 23 miliardi di euro? Non lo ma nel 2022 un round privato aveva valutato Shein 98,2 miliardi di dollari. La quotazione arriva ma con un taglio superiore al 70%.
Il book degli ordini risulta comunque già coperto, con cornerstone investor come Tencent, Tiger Global e General Atlantic.
Il mercato scommette quindi su Shein ma con un prezzo molto più basso e in una piazza diversa da quelle (forse più illustri) scelte in origine.
Il business non si ferma mai: sebbene tre listini abbiano detto no sulla governance, uno ha detto sì sul prezzo. E via a far girare i soldoni.
Hong Kong diventerà il piano B per le aziende respinte altrove su temi di governance e sostenibilità? Bah, boh, buh.
Fonte dati: La Repubblica