Nel 2025 Meta Platforms ha riportato 43,6 miliardi di dollari di free cash flow: 115,8 miliardi di cassa operativa meno 72,2 miliardi di capex. Numeri che, sulla carta, coprono ampiamente la corsa all’infrastruttura AI.

Eppure quel “free” è meno libero di quanto sembri.

Gran parte della cassa generata è stata assorbita dai costi legati alle stock option: 18,4 miliardi di tasse pagate alla maturazione delle azioni assegnate ai dipendenti e circa 23,6 miliiardi in buyback per compensare la diluizione. In totale, 42 miliardi: il 96% del free cash flow.

Risultato? Il debito a bilancio è più che raddoppiato, arrivando a 58,7 miliardi di dollari. E non è tutto: un progetto di data center da 27 miliardi è rimasto fuori bilancio grazie a strutture finanziarie complesse.

Per gli investitori si apre un tema delicato di valutazione. Con una capitalizzazione di circa 1.660 miliardi di dollari, Meta tratta a 38 volte il free cash flow atteso. Ma se si includessero i costi “cash” delle stock option nel calcolo, il multiplo esploderebbe oltre 1.000 volte. Gosh.

Altri big tech come Alphabet, Microsoft e Nvidia hanno costi simili legati alla remunerazione in azioni, ma in proporzione al free cash flow sono molto più contenuti. Meta, sotto questo profilo, è un’eccezione.

Il free cash flow è una metrica chiave perché rappresenta la cassa “discrezionale” disponibile dopo gli investimenti. Ma non esiste una definizione uniforme nei principi contabili. E soprattutto, alcune uscite di cassa fondamentali (come quelle per remunerare i dipendenti tramite azion) finiscono nella sezione finanziaria del rendiconto, restando fuori dal calcolo.

La realtà economica, però, non cambia: la cassa esce comunque.

Nel 2025 la maggior parte del flusso di cassa è andata a dipendenti e management. Gli altri azionisti si chiedono per quanto tempo Meta potrà sostenere la costruzione dell’infrastruttura AI ricorrendo al debito, soprattutto se la cassa “libera” è molto meno abbondante di quanto appaia.

Fonte: The Wall Street Journal

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