Alzi la mano chi riesce ancora a pranzare dignitosamente con 5 euro di ticket. E chi con 8. Pochi, eh? Già perché il panino al bar è arrivato a 6 euro, l’ “insalatona” a 10 euro e, se vuoi un primo vero te ne servono almeno 10-12. Così finisci per integrare di tasca tua, sempre. Oppure ti porti la schiscetta da casa.

La Legge di Bilancio 2026 promette una svolta: dal 1° gennaio i buoni pasto digitali esenti da tasse passano da 8 a 10 euro al giorno. Tradotto: su 220 giorni lavorativi, circa 440 euro in più di potere d’acquisto all’anno. Non è il Paese dei balocchi, ma dopo anni di inflazione galoppante, è comunque qualcosa.

Il problema? Non è automatico. Le aziende dovranno scegliere di alzare il valore del ticket. E siccome per loro resta un costo, c’è il rischio concreto che molte lascino tutto com’è. Conosco gente che lavora con ticket da 5 euro. Nel 2026.

E poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella che mi fa sorgere un dubbio: se i ristoranti vedranno circolare ticket da 10 euro, cosa gli impedirà di alzare i prezzi? È la classica spirale: aumenta il benefit, aumentano i listini, e alla fine il lavoratore si ritrova punto e a capo. Anzi, peggio, perché nel frattempo tutto il resto è rincarato.

I ticket restaurant non sono mance. Per milioni di dipendenti sono una mensilità aggiuntiva mascherata, l’unico modo per mettere insieme pranzo e cena senza svenarsi. Non sono “benefit extra”: per milioni di lavoratori sono l’unico modo per mangiare senza intaccare uno stipendio già risicato. E questo la dice lunga su quanto siamo lontani da salari dignitosi e da un welfare che funzioni davvero.