550 milioni di euro.

È la multa più alta mai imposta sotto il Digital Services Act. La Commissione Europea l’ha inflitta ad AliExpress per non aver valutato e gestito adeguatamente i rischi legati alla vendita di prodotti illegali e contraffatti sulla piattaforma.

È la fine del: noi siamo solo una piattaformina, non c’entriamo nulla con i venditori, non siamo responsabili, che vosa volete da noi? Forse sì.

L’indagine è durata 28 mesi, aperta nel marzo 2024. Ha messo a nudo come un marketplace possa fallire nella gestione del rischio anche dichiarando sistemi di rilevamento efficaci.

AliExpress aveva sovrastimato l’efficacia dei propri controlli. I moderatori non bastavano rispetto al volume di prodotti da verificare.

I sistemi di raccomandazione e la pubblicità continuavano a promuovere articoli pericolosi prima della loro rimozione. Alcuni prodotti restavano online per settimane, anche dopo essere stati segnalati. Controlli inefficaci.

I venditori recidivi restavano attivi nonostante le sanzioni. Bastava una categoria sbagliata per aggirare i controlli, e il sistema di autorizzazione dei marchi contro la contraffazione risultava sottodimensionato.

Non sono i soli. A maggio Temu aveva ricevuto una multa da 200 milioni di euro per violazioni simili, e Shein è sotto indagine per le stesse ragioni.

Bruxelles sta trattando l’e-commerce di importazione low-cost come un rischio sistemico. Oltre 9 pacchi su 10 in arrivo nell’Unione Europea partono dalla Cina.

AliExpress ha tempo fino al 20 ottobre per presentare un piano d’azione. In caso contrario rischia sanzioni periodiche, oltre alla multa già inflitta.

La lezione riguarda direttamente l’infrastruttura del commercio digitale. La fiducia in un marketplace dipende tanto dai controlli sui prodotti quanto dai sistemi che proteggono ogni transazione.

Quanto deve pesare la responsabilità di una piattaforma nella sicurezza di ciò che vende, rispetto a quella dei singoli venditori? Beh, quando ha un bacino di milioni di utenti… tanto.

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