Fintech e compliance: il conto arriva sempre. Wise è sotto indagine in Belgio per riciclaggio di denaro.

Circa 500 i milioni di euro di transazioni nel mirino della procura di Bruxelles. Perchè? Sempre il solito (per chi opera nel fintech): identificazione dei clienti insufficiente, conti Wise emersi in centinaia di rogatorie internazionali provenienti da oltre 30 paesi europei, operazioni potenzialmente collegate a frodi, corruzione e traffico di droga.

Nel luglio 2025, Wise aveva già chiuso un accordo con sei stati americani pagando 4,2 milioni di dollari per lacune nei programmi antiriciclaggio. In Europa, la Banca Nazionale del Belgio aveva avviato un piano di remediation nel 2024 dopo aver scoperto che la società mancava di prova di residenza per centinaia di migliaia di clienti. A questo si aggiunge una multa da 2,5 milioni di dollari della CFPB per pratiche scorrette nelle rimesse internazionali.

Uscita la notizia, il titolo ha perso quasi il 19% in apertura, per poi recuperare parzialmente e chiudere attorno al -7%.

La risposta di Wise è quella che ci si aspetta: “collaboriamo con le autorità come facciamo di routine, un terzo del nostro team globale lavora sulla prevenzione dei crimini finanziari.” Tutte le cose giuste da dire, e probabilmente vere.

Certo è che quando le criticità di compliance si accumulano su più giurisdizioni e in più anni bisognerebbe farsi qualche domanda: è tutto collegabile solo alla crescita della società?

Wise ha costruito un prodotto eccellente su trasparenza e convenienza. Quella reputazione è adesso la sua risorsa più vulnerabile.

Il caso Wise ricorda a tutto il settore che la compliance è più di un costo da ottimizzare: è l’infrastruttura su cui si regge la licenza a operare.

A leggere notizie come questa sembra sempre che le fintech stiano ancora sottovalutando sistematicamente il rischio regolatorio. Di fatto, ne sono certo, è il prezzo inevitabile della crescita rapida in mercati frammentati.

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