Mentre analisti ed economisti cercavano di spiegare l’impennata record dell’oro a ottobre, la risposta si nascondeva nel mondo cripto: tra aprile e settembre Tether ha comprato più lingotti di qualsiasi banca centrale.

Tether non è solo l’emittente della stablecoin più diffusa al mondo (USDT): negli ultimi mesi si è trasformato in uno degli attori più influenti nei mercati globali.

Nel solo terzo trimestre ha acquisito 26 tonnellate d’oro – il 2% della domanda globale – superando il Kazakistan e quintuplicando gli acquisti della Cina. Al 30 settembre, Tether possedeva 116 tonnellate di lingotti (14 miliardi di dollari), comparabili alle riserve di Ungheria e Grecia.

Ma l’oro è solo una parte della storia. Tether detiene anche 135 miliardi di dollari in Treasury USA, posizionandosi al 17° posto mondiale – più di Germania e Italia – e come secondo acquirente globale di titoli a breve dopo la Cina.

L’impero delle stablecoin

Con oltre mezzo miliardo di utenti e una capitalizzazione di 184 miliardi di dollari per USDT, nei primi nove mesi del 2025 Tether ha generato profitti per 10 miliardi, al pari di Goldman Sachs e Morgan Stanley. I Treasury rappresentano la loro “gallina dalle uova d’oro”, generando 4-7 miliardi annui in cedole.

I campanelli d’allarme

BCE e S&P Global Ratings sollevano serie preoccupazioni:

  • Rischio sistemico: una corsa alla vendita di stablecoin potrebbe destabilizzare i mercati dei Treasury
  • Riserve più rischiose: gli asset ad alto rischio (oro, bitcoin, prestiti) sono saliti al 24% delle riserve USDT
  • Bitcoin critico: rappresenta il 5,6% degli USDT in circolazione, superando il margine di sicurezza del 3,9%
  • Trasparenza limitata: niente audit completi, solo attestazioni trimestrali

La società, ora con sede in El Salvador e guidata dagli italiani Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino, respinge le critiche ma i dubbi restano. Nessuno sa esattamente dove siano custoditi i lingotti – “per motivi di sicurezza”.

Un colosso da 184 miliardi di dollari che opera secondo regole proprie segna l’evoluzione della finanza o ne evidenzia le zone grigie ancora da definire?