Ferie disconnesse per un manager su due: solo un decennio fa sarebbe sembrata fantascienza.
Nel 2014 appena il 4,9% dei manager italiani dichiarava di restare completamente disconnesso in vacanza. Quest’anno siamo al 53%, più di dieci volte tanto, secondo la rilevazione AstraRicerche per Manageritalia su mille manager. Okay, 1000 non saranno tanti ma qualcosa ci dicono.
Il dato più interessante non è la percentuale complessiva, ma chi guida questo cambiamento: i manager tra 46 e 50 anni, quelli in piena rampa di lancio di carriera, sono i meno reperibili in assoluto, al 63%. Proprio la fascia che dieci anni fa avrebbe portato il telefono in spiaggia per dimostrare quanto fosse indispensabile.
Qualcosa si è rotto nel modello per cui la reperibilità costante era prova di valore professionale. E il presidente di Manageritalia, Marco Ballaré, lo ha detto esplicitamente: il benessere non è un costo da sottrarre ai risultati, ma la condizione che li rende possibili. Bomba.
Però quando i manager vengono messi di fronte a uno scambio esplicito tra stipendio e disconnessione garantita, quasi quattro manager su cinque non rinuncerebbero a un euro di retribuzione.
Al rientro cresce la voglia di fare (44,7%), ma cresce anche la tristezza per la fine delle ferie, che passa dal 22,9% al 31,8% in un anno. Come se il valore di quel tempo libero si misurasse, alla fine, proprio dal dispiacere di doverlo lasciare andare.
Nel B2B e nella fintech vediamo lo stesso pattern in tanti team commerciali: la disponibilità H24 viene ancora letta come segnale di commitment, anche quando i dati mostrano che produce meno lucidità decisionale, non di più.
Come gestisci la tua reperibilità in ferie o quella del team? Vale ancora come metro di giudizio professionale?