
I robot lavorano H24 e anche con la luce spenta. Vero. Un operaio però può imparare un gesto nuovo in un giorno mentre un robot umanoide per farlo deve essere riprogrammato.
È questo il vero paragone dietro la corsa agli umanoidi, molto più interessante di quello mostrato ai World Humanoid Robot Games di Pechino, dove le macchine hanno corso più veloci di Usain Bolt, si sono menate con calci aerei e giocato a calcio davanti alle telecamere.
In Cina un umanoide industriale costa oggi tra 300 e 500 mila yuan. Per ripagarsi in due anni dovrebbe costarne 160 mila, contro gli 80 mila yuan l’anno di un lavoratore. Il divario continua a rimanere importante, non è da sottovalutare. Fighi i robot ma costano.
In Europa un’ora di lavoro nell’industria costa 40,3 euro, circa 80.600 euro l’anno su 2.000 ore. Ma un’ora di operaio non equivale a un’ora di robot: l’uomo riconosce un imprevisto, il robot ancora fatica a gestirlo. La gestione dell’eccezione resta il vero collo di bottiglia della robotica umanoide.
Morgan Stanley stimava 200 mila dollari per unità nel 2024 e prevede 50 mila dollari nel 2050, con un mercato da 5 mila miliardi di dollari e oltre un miliardo di macchine in circolazione. Nello stabilimento Bmw di Spartanburg il robot Figure 02 ha già accumulato 1.250 ore operative su turni da dieci, movimentando 90 mila componenti per oltre 30 mila X3.
L’Italia non guarda dalla tribuna. Nel 2025 la robotica ha generato 2,2 miliardi di euro di investimenti (3,5 considerando i costi operativi), con il 28% delle imprese che usa già soluzioni robotiche. La brianzola Oversonic Robotics ha sviluppato Robee, primo umanoide industriale certificato CE secondo l’Unione Europea.
Tra il 50 e il 70% degli umanoidi cinesi prodotti quest’anno finirà nelle “fabbriche di dati”, dove le macchine ripetono movimenti solo per addestrare i modelli che le governano. Prima di sostituire un lavoratore, un robot deve ancora imparare a farlo bene.
E secondo il Financial Times c’è un ultimo, piccolo test che nessun umanoide ha ancora superato: caricare la lavastoviglie. la cucina è l’ambiente più difficile che un robot possa incontrare, molto più di una fabbrica.
Una fabbrica è progettata apposta per essere prevedibile: gli oggetti arrivano sempre nello stesso punto, con la stessa forma, alla stessa altezza. Il robot ripete un gesto identico a sè stesso migliaia di volte. Una cucina disordinata è l’opposto: piatti impilati in modo diverso ogni volta, bicchieri fragili, posate che si incastrano, uno spazio stretto in cui muoversi senza rompere nulla.
Per un umanoide vuol dire tre problemi insieme e li deve risolvere tutti in tempo reale:
- deve riconoscere visivamente oggetti mai visti prima, in posizioni casuali e spesso parzialmente nascosti l’uno dietro l’altro.
- Deve calcolare una presa adatta a ogni oggetto: la forza per sollevare una pentola pesante è completamente diversa da quella per prendere un bicchiere senza spaccarlo, e sbagliare di poco significa danneggiare l’oggetto o farlo cadere.
- Deve pianificare il movimento della mano dentro uno spazio pieno di ostacoli, il tutto senza la ripetitività che rende affidabili i robot industriali.
Ad oggi, gli umanoidi gestiscono bene la routine, molto meno l’imprevisto. Ed è per questo che, come nota il Financial Times, restano tarati per il capannone molto più che per la cucina di casa: Morgan Stanley prevede 80 milioni di umanoidi domestici solo entro il 2050, un orizzonte lontano proprio perché il salto da “fabbrica” a “casa” è un salto di complessità, non di scala.
Fonte: L’Economia