Tra il 29 e 30 dicembre 2025 la Cina realizza la più grande esercitazione militare intorno a Taiwan. Wall Street? Ha un sussulto (seppure contenuto). Il 3 gennaio 2026 l’America sferra l’attacco al Venezuela e il mercato non fa un plissé. Anche in questa limitata diversa reazione dei listini può cogliersi, rispetto al tema della geopolitica, un aspetto spesso trascurato. Quale? Il fatto che la rivalità tra Usa e Cina è il vero codice per decriptare il futuro degli assetti socio-economici, politici e militari globali.

Strategia in due fasi

Nello scorso anno l’amministrazione di Donald Trump ha puntato molto sui dazi doganali anche, e soprattutto, per fare uscire alla roulette il numero del deprezzamento del dollaro. Un trend necessario, secondo le tavole dell’attuale membro della Fed (già capo dei consiglieri economici alla Casa Bianca) Stephen Miran, per, da una parte, combattere il deficit della bilancia commerciale a stelle e strisce; e, dall’altra, spingere il rientro nei confini nazionali della maggiore produzione industriale possibile.

Si tratta di una “fase 1” dal retrogusto maggiormente economico che prosegue e cui adesso si affianca la “fase 2”. Vale a dire: il progetto più smaccatamente politico e militare. È un disegno che si innesta su una National Security Strategy la quale enfatizza la centralità dell’emisfero occidentale e la competizione, per l’appunto, con l’influenza cinese.

Il controllo delle risorse strategiche

Così l’energia e le materie prime (dalle terre rare all’argento lavorato) e le stesse operazioni militari lampo diventano strumenti di potere per rompere i legami che Pechino va intrecciando in Sudamerica (BYD sta costruendo in Brasile il suo più grande hub industriale fuori dalla Cina), nel Sudest asiatico e, già da molto tempo, in Africa.

È grazie a quest’ottica che possono meglio comprendersi le finalità dei recenti bombardamenti dell’aviazione statunitense, contro ad esempio la Nigeria, oppure dello stesso blitz in Venezuela.

La partita della Groenlandia

Si tratta di una cornice dove non può stupire l’enfasi data da “The Donald” alla Groenlandia. La più grande isola al mondo combina un mix di caratteristiche che ne fanno un tassello essenziale della “fase 2”:

  • Posizione geografica: consente il controllo, unitamente ai cavi sottomarini, delle rotte artiche, che a causa del surriscaldamento globale diventano sempre più centrali
  • Potenziale minerario: non si limita solamente ai giacimenti di commodity come le terre rare ma si estende anche alla possibilità di farne una “fabbrica” di materie prime lontana dall’elettore statunitense

Con il che si capisce perché, al di là della già sviluppata presenza militare, è fondamentale per Washington vantare una maggiore pressione politica su Nuuk.

Taiwan: il vero punto di non ritorno

In un simile contesto, l’ex Regno di mezzo, consapevole della strategia, mostra i muscoli davanti a Taiwan, l’isola dei microchip. E, per questo, il mercato, seppure in maniera lieve, ha un sussulto. Sente l’eco del vero punto di non ritorno: la reale rottura tra Pechino e Washington, con la probabile escalation militare.

È qui che Wall Street percepisce il rischio sistemico. Non nel Venezuela, non nelle operazioni in Nigeria o in altre aree periferiche. Ma in Taiwan, dove si concentra il 60% della produzione mondiale di chip e oltre il 90% di quelli più sofisticati. Una rottura in quel teatro significherebbe non solo un conflitto militare tra superpotenze, ma il collasso dell’intera catena di fornitura tecnologica globale.

Il mercato, finora, ha scelto di convivere con questo rischio piuttosto che incorporarlo stabilmente nelle valutazioni. Ma ogni esercitazione militare cinese intorno all’isola è un campanello d’allarme che ricorda quanto sia sottile il filo su cui è sospeso l’equilibrio globale.

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