Le banche stanno difficilmente “simpatiche”. E’ complicato parlare di banche, è uno di quegli argomenti un po’ così. Come parlare di tasse e di Fisco.

Però le nostre banche italiane hanno chiuso il primo trimestre 2026 con 7,5 miliardi di utile netto cumulato. Un +10,4% rispetto a un anno fa, mentre i tassi scendevano.

L’Euribor a tre mesi è calato dal 2,56% al 2,05% nei dodici mesi. Meno tassi dovrebbe significare meno margini. Eppure Intesa Sanpaolo ha chiuso con 2,76 miliardi, UniCredit con 3,2 miliardi, e tutte e cinque hanno battuto le stime degli analisti.

Come si spiega?

Beh, sono saliti i volumi dei prestiti, commissioni più alte, utili da trading e, nel caso di UniCredit, dividendi da partecipazioni azionarie che hanno più che compensato la compressione del margine di interesse. Il sistema bancario italiano ha imparato a costruire ricavi su più gambe, non solo sul differenziale tassi. E non è una banalità.

E poi c’è il rischio creditizio. Il costo del rischio di Intesa Sanpaolo è allo 0,16%, quello di UniCredit allo 0,17%. Numeri che fino a qualche anno fa sarebbero sembrati fantascienza, in un trimestre in cui la guerra in Iran pesa sulle aspettative di crescita europea.

Il mercato ha reagito con freddezza ai conti delle big, con variazioni tra -2% e +2%. L’eccezione è UniCredit, che nelle tre sedute dopo i risultati ha guadagnato circa il 10%. La guidance alzata già ora per il 2026 ha fatto il resto, e non è un dettaglio secondario per chi segue l’OPS su Commerzbank.

Lo scenario più accreditato dagli analisti per il futuro è un rallentamento con ritorno dell’inflazione e due rialzi BCE entro fine anno. Per le banche, in assenza di vera recessione, questo non sarebbe lo scenario peggiore.

Chi lo sa quanto di questa solidità sia strutturale o quanto dipenda da un ciclo creditizio eccezionalmente favorevole. Portiamoci a casa che abbiamo un sistema bancario in salute. Lo potrai odiare ma è un pilastro del Paese.

Fonte: IlSole24Ore