
La Lombardia ha presentato una proposta di legge per regolare lo sviluppo dei data center nel territorio regionale. Il dibattito in Consiglio regionale partirà il 26 maggio.
È la prima volta che una Regione italiana ci prova e, secondo me, non è male.
Il meccanismo è semplice: chi vuole costruire un data center in area rurale pagherà oneri di costruzione maggiorati del 50%, e del 75% nelle vicinanze dei parchi. Chi invece sceglie un’area dismessa da riqualificare, nessun ostacolo. Anzi, corsia preferenziale.
Il motivo di questa urgenza lo raccontano i dati del Politecnico di Milano: le richieste di connessione a Terna per nuovi data center sono passate da 5 nel 2019 a 450 nel marzo 2026, per una potenziale capacità complessiva di 82 GW. E solo in Lombardia, secondo l’assessore regionale Massimo Sertori, ci sono richieste non ancora esaminate per altri 30 GW. Di cui la Regione intende approvarne indicativamente non più di 3.
In Italia i consumi energetici dei data center potrebbero quadruplicare entro il 2030. Gli investimenti hanno raggiunto i 7 miliardi di euro e il 70% è concentrato nell’area milanese, che si sta affermando come hub europeo per questo tipo di infrastruttura.
Milano attrae perché ha aree dismesse ben infrastrutturate, posizione logistica favorevole e accesso alla rete. Ma è esattamente questa concentrazione a creare il rischio di saturazione della rete elettrica nei prossimi anni.
La proposta punta anche a rendere virtuoso il ciclo dell’acqua calda prodotta dai server, ad esempio attraverso il teleriscaldamento, e a incentivare le rinnovabili. E, in parallelo, a semplificare le autorizzazioni.
Raramente su un tema tecnologico così divisivo si registra una convergenza trasversale. Il che fa pensare che il problema sia reale e riconosciuto da tutti, anche se poi le soluzioni potranno divergere in fase di emendamento.