Elon Musk ha deciso di smantellare il team che sviluppava Dojo, il supercomputer proprietario nato per addestrare modelli di guida autonoma senza dipendere da fornitori come Nvidia. Pete Bannon, vicepresidente per ingegneria hardware ed ex Apple, ha lasciato l’azienda. I tecnici rimasti confluiranno in altri progetti legati a data center e infrastrutture di calcolo.

Un addio inaspettato, se si pensa che appena un anno fa Morgan Stanley stimava Dojo fino a 500 miliardi di dollari. Musk, su X, ha spiegato che “non ha senso dividere le risorse su due architetture di chip così diverse”: ora il focus sarà sui chip AI5 e AI6, “eccellenti per l’inferenza e validi per il training”.

Il mercato ha reagito bene: +3,5% per il titolo Tesla. Una resa? Non proprio. Più una mossa di efficienza:

  • riduzione di rischi e costi,
  • leva su partner consolidati (Nvidia, AMD, Samsung),
  • riallocazione di risorse su obiettivi più vicini al business.

Il progetto, però, era già segnato da anni di stop and go e da una fuga costante di talenti: Jim Keller nel 2018, Ganesh Venkataramanan nel 2023, e ora Bannon. Molti sono confluiti in startup come DensityAI.

La scelta segna anche un ripensamento della strategia sui chip: rafforzata l’alleanza con Samsung (contratto da 16,5 miliardi in 10 anni, produzione AI6 in Texas), mentre il fronte robotaxi mostra crepe tecniche e finanziarie. E se questa scommessa fallisse, diversi analisti avvertono che la valutazione da 1 trilione di dollari potrebbe scendere anche a 600 miliardi. Gosh.

Un cambio di rotta che comunque fa riflettere una minima: in un settore dove la tecnologia corre, saper dire “basta” può essere strategico quanto innovare. Certo è che Musk, quanto a imprevedibilità, è davvero il numero uno. O due, se contiamo Trump.