
Da una parte, numeri di bilancio robusti. Dall’altra, una concorrenza che spinge sull’acceleratore dell’intelligenza artificiale. È in questo equilibrio instabile che si muove Alphabet, la holding che controlla Google.
Nel Q2 2025, i ricavi sono cresciuti del 14% su base annua, raggiungendo i 96,4 miliardi di dollari. L’utile netto si è attestato a 28,2 miliardi, mentre l’EPS diluito è salito a 2,31 dollari, battendo le attese del mercato.
Che cosa genera questi numeri?
- Google Cloud: +32% YoY, grazie alla crescente domanda di capacità computazionale per l’AI.
- Advertising: 71,3 miliardi (+10,4%), spinta da YouTube e dalla search tradizionale.
- AI Overview: oltre 2 miliardi di utenti mensili, ha migliorato l’engagement e sostenuto la monetizzazione della ricerca.


Nonostante i numeri da gigante, Alphabet non può permettersi di abbassare la guardia. Perché se è vero che Google detiene ancora quasi il 90% del mercato globale della ricerca online, è altrettanto vero che le abitudini degli utenti stanno cambiando.
Negli Stati Uniti, ad esempio, il 5,6% del traffico desktop legato alla ricerca viene ormai intercettato da chatbot conversazionali come ChatGPT e Perplexity. Un dato che può sembrare piccolo, ma che solo un anno fa era meno della metà. Ancora più significativa la trasformazione osservata tra gli utenti “early adopters”: in questa fascia, il 40% delle ricerche desktop oggi passa da strumenti AI, con un calo importante per i motori di ricerca tradizionali, scesi dal 76% al 61% in appena dodici mesi.Ovviamente la crescita dei chatbot AI come ChatGPT e Perplexity inizia a intaccare il dominio di Google nella ricerca online: in USA, il 5,6% del traffico desktop è già stato intercettato da strumenti alternativi. Tra gli early adopters, il 40% del traffico passa ora dall’AI search.
L’esperienza della ricerca si sta spostando: sempre più persone iniziano a preferire interazioni più naturali, dialogiche, personalizzate. Invece di leggere una lista di link, molti vogliono una risposta diretta, affidabile, possibilmente con fonti citate. Ed è proprio su questo terreno che stanno crescendo alternative come Perplexity, che combina risultati verificabili con una UX orientata alla conversazione.
A cambiare non è solo lo strumento, ma l’aspettativa dell’utente: la logica del prompt sta progressivamente sostituendo quella della keyword, mentre i modelli generativi guadagnano terreno come primo touchpoint per ottenere informazioni.
Vero è che Alphabet ha introdotto strumenti nativi come AI Overviews e AI Mode, inserendo annunci direttamente nei contenuti generati. Ma il rischio di cannibalizzare la ricerca tradizionale resta. In parallelo, si potenziano le funzionalità visive come Lens e Circle to Search.
Sul tavolo anche un procedimento antitrust negli USA che potrebbe portare al divieto del pre-caricamento esclusivo di Google Search sui principali dispositivi. Misure più drastiche, come lo scorporo di Chrome, restano improbabili ma possibili.
Detto questo popò di roba, tutti quelli che pensano che Google sia morto a causa dell’AI… ho il sentore che si sbaglino di grosso.