Le criptovalute entrano ufficialmente a Piazza Affari.

Dal 9 febbraio 2026, Borsa Italiana, attraverso Euronext Milan, ha aperto un segmento dedicato agli strumenti finanziari legati alle cripto (ETP, ETC, certificates). Non si tratta di Bitcoin quotato in Borsa, ma di prodotti regolamentati che replicano l’andamento degli asset digitali, inizialmente riservati agli investitori professionali. Un passo simbolico: il mondo cripto entra nel perimetro della finanza tradizionale.

Il tempismo, però, è curioso. L’esordio avviene dopo una fase di forte volatilità del Bitcoin e in un contesto geopolitico incerto, in cui gli investitori riducono l’esposizione agli asset più rischiosi. Useranno quindi questi nuovi strumenti?

Le cripto sono un fenomeno è ormai di massa. In Italia, secondo l’OAM, oltre 1,7 milioni di persone possiedono criptovalute, con un valore complessivo di miliardi di euro e una crescita costante del numero di utenti. Altre stime parlano di una platea ancora più ampia se si includono wallet e piattaforme non monitorate ufficialmente.

La narrativa è quella di sempre: oro digitale, hedge contro inflazione, alternativa al sistema bancario. Ma anche qui il dibattito è polarizzato. Da un lato investitori come Robert Kiyosaki (noto nell’ambiente cripto) vedono negli asset digitali una protezione dal debito pubblico e dalla svalutazione delle valute fiat. Dall’altro le autorità di vigilanza, come Consob, richiamano alla memoria il “Campo dei Miracoli” di Pinocchio e le analogie con i derivati subprime del 2008: innovazione finanziaria, leva, illusione di guadagni facili, e rischi sistemici.

Non sono portatore di verità che, secondo me, sta nel mezzo. La blockchain è una tecnologia dirompente e già utilizzata in finanza, assicurazioni e supply chain. Ma il mercato cripto, soprattutto nella sua componente retail, resta dominato da volatilità, narrativa e cicli speculativi.

Il fatto che Piazza Affari apra le porte a questi strumenti segna una fase nuova: la istituzionalizzazione del rischio cripto. Più trasparenza, più regolazione, ma anche più accesso e più capitale; personalmente lo leggo come un passaggio inevitabile: il mercato non può ignorare un asset solo perché scomodo o difficile da regolamentare.

Fonte: L’Economia