
Il Tribunale di Siracusa, con una sentenza del 20 febbraio, ha sanzionato un avvocato che aveva citato quattro precedenti inesistenti della Corte di Cassazione.
Secondo i giudici, è molto improbabile che un professionista del diritto inventi volontariamente quattro precedenti: il rischio disciplinare sarebbe enorme. L’ipotesi più plausibile è un’altra: l’avvocato avrebbe utilizzato uno strumento di intelligenza artificiale generativa senza verificare ciò che aveva prodotto. Un po’ troppa ingenuità.
La sentenza è interessante perché mette nero su bianco un principio che vale ben oltre il mondo legale:
i modelli di AI generativa non sono banche dati giurisprudenziali da cui estrarre precedenti, ma sistemi che generano linguaggio sulla base di probabilità statistiche.
Tradotto: possono scrivere cose plausibili, non necessariamente vere.
Chi è del “mestiere” lo sa, e chi li usa, lo deve sapere.
Per questo il tribunale parla di colpa grave: oggi, con la diffusione di questi strumenti, non è più accettabile riportare informazioni senza controllarle sulle fonti primarie.
Il motivo è semplice: ogni citazione sbagliata costringe giudici e controparti a perdere tempo per verificare qualcosa che non esiste. Che in effetti non diventa proprio “simpatico”: ogni volta che un professionista inserirà una citazione, dietro le quinte qualcuno dovrà comunque attivare un piccolo fact checking: controllare la fonte, verificare il precedente, accertarsi che sia reale. Strumenti pensati per accelerare il lavoro rischiano di rallentarlo, perché tutti devono controllare tutto.
L’AI è uno strumento straordinario ma resta uno strumento.
La responsabilità finale, anche quando il testo sembra perfetto, rimane sempre di chi firma il lavoro.
Fonte: IlSole24Ore