
Non è una sensazione, è un effetto misurato su 71 studi e 392 rilevazioni statistiche pubblicate sul Journal of Retailing.
Il meccanismo si chiama “pain of paying“. Quando tiriamo fuori le banconote dal portafoglio, il cervello registra fisicamente la perdita e frena l’acquisto. Con carta, smartphone o smartwatch quella percezione viene meno, la spesa diventa un gesto astratto e la soglia di resistenza si abbassa.
L’effetto non è uniforme. Cresce sugli acquisti che comunicano status, come moda, lusso e brand di tendenza, mentre si azzera quasi del tutto su donazioni e spese prosociali (regali, offerte): lì il portafoglio digitale non convince più di quello fisico. Gli stessi ricercatori segnalano anche che il fenomeno si amplifica nei periodi di crescita economica, quando la fiducia nella spesa è già alta di suo.
Il cashless effect si sta riducendo però con gli anni. Già.
Più i pagamenti digitali diventano abitudine quotidiana, più il cervello li riconosce come denaro vero e recupera quella parte di attrito che il contante garantiva naturalmente. La nostra consapevolezza aumenta se conosciamo bene gli strumenti che utilizziamo .
Per chi lavora nei pagamenti questo è un punto su cui riflettere seriamente. Il vantaggio competitivo di ridurre l’attrito nella transazione ha una data di scadenza implicita: quando l’abitudine normalizza lo strumento, il vantaggio comportamentale che lo ha reso vincente si consuma da solo.
Fonte: Focus