Cambio di paradigma!” – urlerebbero i più esperti. E in effetti è proprio così. Quattro anni fa i regolatori affossavano Libra e il mondo politico, da Donald Trump in giù, gridava all’allarme sistemico. Oggi Meta torna sulle stablecoin e nessuno si strappa le vesti. Questo, più di ogni comunicato, racconta quanto sia cambiato il mercato.

Secondo CoinDesk e Bloomberg, Meta sta testando da tempo dei pagamenti in stablecoin sulle proprie app, con un possibile lancio nella seconda metà del 2026. Il test è limitato. È stata inviata una RFP a provider terzi e, tra questi, ci sarebbe Bridge di Stripe.

Il portavoce Andy Stone lo ha spiegato su X: l’obiettivo è permettere a persone e aziende di pagare sulle piattaforme Meta con il metodo che preferiscono.

Nessun token proprietario, nessuna ambizione da banca centrale globale, solo infrastruttura. E’ questo il cambio di paradigma a cui accennavo, è proprio qui la differenza. Libra fallì perché Facebook voleva essere emittente. La versione 2026 è l’opposto: Meta come layer distributivo, non come issuer. Stripe gestisce il movimento dei fondi, Bridge (acquisita da Stripe nel 2024) orchestra le stablecoin. Meta mette sul tavolo 3,58 miliardi di utenti attivi giornalieri. Questo è il suo valore.

Primo terreno naturale: WhatsApp nei mercati emergenti. In India, Brasile e Sud-Est asiatico milioni di persone già usano l’app per fare commercio, ma restano poco servite dal sistema bancario tradizionale. Le rail in stablecoin possono ridurre drasticamente i costi di rimessa che oggi erodono valore.

Secondo fronte: i pagamenti ai creator su Instagram e Facebook. Il cross-border oggi perde margine lungo corridoi legacy lenti e costosi.

E con il GENIUS Act firmato lo scorso luglio (dove l’amministrazione Trump ha introdotto una cornice federale per gli emittenti di stablecoin), Meta non è più “early”. È quasi in ritardo e questo, paradossalmente, questo riduce il rischio.