Arriva un’email da un recruiter: conosce il tuo CV, cita esperienze specifiche, porta la firma di una persona reale con tanto di link al profilo LinkedIn verificato. Il ruolo che propone esiste: lo controlli sul sito dell’azienda e lo trovi lì, aperto. Tutto quadra.

È una truffa.

I cybercriminali hanno smesso di fingersi principi nigeriani; oggi rubano l’identità di veri recruiter con tanto di foto, nome, profilo e aspettano il momento in cui sei più esposto: quando hai appena perso il lavoro e metti #opentowork su LinkedIn. Quella bandierina ti rende visibile ai selezionatori, certo; ma attira anche chi vuole approfittarsi di te esattamente quando sei più vulnerabile.

I vecchi segnali d’allarme non reggono più. L’inglese è perfetto, l’account è quello autentico del recruiter impersonato, l’offerta è calibrata sul tuo profilo. A tradire la frode, a volte, è solo un’estensione email sbagliata (o banalmente una @gmail.com) o una risposta troppo pronta a ogni tua obiezione. Dettagli che noti solo se sei già in guardia.

Nel frattempo, i recruiter veri pagano il conto: chi è stato impersonato evita di pubblicizzarlo per paura di perdere credibilità, qualcuno ha iniziato a usare il nome da nubile perché il cognome da sposata era stato bruciato da uno scam, altri sanno che i candidati non risponderanno alle loro email legittime per paura di essere fregati di nuovo.

Cercare lavoro è già abbastanza logorante di per sé; fare anche il detective, mentre si gestisce l’ansia di un mercato che raffredda, è un peso che nessuno aveva messo nel conto.