Il fintech ha cambiato il modo di fare banca: ha digitalizzato servizi, accelerato processi e dato vita a un ecosistema che è ormai parte integrante del sistema finanziario. Purtroppo o per fortuna il percorso non è concluso. Serve completare una trasformazione culturale capace di mettere davvero la tecnologia al servizio dei bisogni, soprattutto quelli che ancora oggi non trovano risposte adeguate.

L’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano traccia un quadro fatto di evoluzione e selezione. Le startup del settore passano da 596 a 485 in un anno: un segnale non di crisi, ma di maturità. Sopravvivono modelli più solidi, con offerte mirate e ricavi in aumento. Il 46% delle realtà ha raggiunto il break-even e il fatturato medio cresce da 500mila a 700mila euro.

Sul fronte dei capitali, invece, la strada resta più impegnativa: nei primi dieci mesi del 2025 la raccolta si ferma a 202 milioni di euro, in diminuzione del 19%. Il mercato mostra forti polarizzazioni: poche realtà cercano round sopra i 5 milioni per scalare, mentre molte preferiscono operazioni più contenute, sotto i 2 milioni.

Il vero nodo, sottolinea Laura Grassi del Politecnico, riguarda l’approccio culturale. Banche e assicurazioni restano legate a modelli tradizionali, faticano a esplorare soluzioni diverse e spesso adottano l’intelligenza artificiale più per seguire il trend del momento che per rispondere a necessità autentiche.

Gran parte dei progetti non incide sui processi né sulla struttura organizzativa.

La tecnologia c’è. A mancare è la capacità di usarla per ripensare servizi, governance, modelli operativi e impatti sociali. Comprensione del cliente, visione di prodotto e gestione del cambiamento restano i veri elementi differenzianti.

Per le startup, infine, servono crescita sostenibile e ambizione internazionale. L’Italia è un punto di partenza, non di arrivo. Occorre progettare fin da subito con una prospettiva europea, con architetture modulari e una chiara strategia di espansione su più mercati.

Il fintech non ha finito la sua missione: sta entrando in una fase in cui qualità, visione e cultura faranno la differenza. Lo sviluppo tecnologico è solo uno degli ingredienti; il resto si gioca nella capacità di interpretare i bisogni e trasformarli in valore reale.