La fintech da 75 miliardi di dollari, sta valutando una nuova vendita secondaria di azioni nella seconda metà del 2026. Gli investitori spingono per un livello di prezzo vicino ai 100 miliardi, tappa intermedia di un percorso iniziato a 45 miliardi nel 2024, salito a 75 miliardi nel 2025, con l’obiettivo finale di una IPO che punta diritta a 150 miliardi.

Ogni round è stato oversubscribed a mani basse.
E ha portato nomi sempre più pesanti nel capitale: Coatue, Fidelity, Andreessen Horowitz, T. Rowe Price e NVentures, il braccio di investimento di Nvidia. E non è che Revolut ne abbia davvero bisogno.

Perché farlo, se i soldi non servono?

I più parlano di un esercizio di price discovery progressivo. Le vendite secondarie servono a fissare punti di riferimento sempre più alti, con investitori istituzionali di peso che “ancorano” la valutazione prima dall’approdo in Borsa.
Ogni round sovrascritto diventa un segnale di mercato che riduce l’incertezza sul pricing della futura quotazione. Preparano il terreno. Mica scemi questi nuovi arrivati…

I numeri sono anche dalla loro parte: ricavi 2025 stimati in £4,1 miliardi (circa $5,5 miliardi), sufficienti a rendere credibile una crescita di questa portata.

Nel frattempo arriva anche un risultato meno rumoroso ma moooooolto significativo sul fronte regolatorio: la Financial Conduct Authority ha selezionato Revolut per testare le stablecoin nel suo sandbox regolatorio. Il progetto riguarda una stablecoin in sterline, ancorata 1:1 alla valuta britannica.
Un segnale interessante, soprattutto considerando che la società è ancora nella fase di “mobilisation” della licenza bancaria UK da oltre 18 mesi. La scelta dell’authority suggerisce che il dialogo con i regolatori britannici è più costruttivo di quanto i ritardi sulla licenza possano far pensare.

Fonte Bloomber/Reuters