Per la prima volta in modo davvero esplicito, istituzioni, governi e imprese europee stanno ragionando su una domanda un tantino scomoda: cosa succederebbe se l’accesso alle infrastrutture tecnologiche statunitensi venisse limitato? Data center, cloud, email, AI, software critici per aziende e pubbliche amministrazioni.

Al Parlamento Europeo è passata una risoluzione sulla “sovranità tecnologica” che invita a favorire soluzioni europee negli appalti pubblici e a sostenere cloud provider locali. La Commissione sta lavorando a nuove iniziative legislative e, secondo diversi addetti ai lavori, temi che fino a pochi mesi fa sembravano tabù oggi sono discussi apertamente.

Nessuno pensa seriamente che l’Europa possa funzionare senza cloud, chip, AI e software americani. Anche perchè i numeri sono impietosi (vedi anche immagine del post) nel 2024 l’83% del mercato europeo del cloud infrastructure è finito nelle mani di cinque player statunitensi, per una spesa di circa 25 miliardi di dollari.

Sui monti, a Davos si è parlato molto di resilienza e sicurezza: separare davvero gli ecosistemi tecnologici sarebbe complesso, costoso e lento. Ma continuare a scegliere soluzioni americane “per default” inizia a sembrare una scorciatoia rischiosa, anche per i grandi gruppi europei che cominciano, speriamo, ad alzare la testa.

Non è la prima volta che l’Europa prova a reagire: Snowden, il Cloud Act, i limiti ai trasferimenti di dati hanno già acceso questi dibattiti in passato. Finora le big tech hanno risposto costruendo data center in Europa, creando controllate locali e modelli di “sovereign cloud”. E stanno continuando a farlo, perché il mercato europeo per loro vale centinaia di miliardi. Forse Trump finge di poter fare a meno di noi ma loro no.

Riusciremo a costruire delle alternative credibili?

Fonte: WSJ

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