
L’imprenditoria femminile italiana si trova a un bivio. Da un lato emerge un profilo di imprenditrici motivate, istruite e attente al benessere dei collaboratori. Dall’altro, persistono ostacoli strutturali che frenano crescita e innovazione, soprattutto nell’ecosistema delle startup innovative.
Un milione e 300mila imprese al femminile
Il rapporto di Unioncamere, realizzato nell’ambito del Piano nazionale dell’imprenditoria femminile finanziato dai fondi Next Generation EU, fotografa un universo di 1,3 milioni di aziende guidate da donne, pari al 22,2% del totale delle imprese italiane. Un dato sostanzialmente stabile: negli ultimi dieci anni la crescita è stata solo dello 0,4%.
Queste imprese rappresentano una leva fondamentale per l’occupazione femminile. Le donne costituiscono oltre la metà dei dipendenti nelle aziende al femminile (54% contro il 39% nelle imprese non femminili), contribuendo concretamente ad aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro.
Il profilo delle imprenditrici: scelta, non ripiego
Quello che emerge è un ritratto incoraggiante. Le imprenditrici italiane presentano livelli di istruzione superiori ai colleghi uomini: il 25% è laureato, contro il 21% degli imprenditori. Nell’85% dei casi provengono da esperienze lavorative esterne alle imprese di famiglia.
La motivazione è cruciale: il 37% sceglie l’imprenditoria come percorso di autorealizzazione, non come alternativa alla mancanza di lavoro dipendente (27%). Questa spinta genera aziende più orientate alla qualità e alla valorizzazione delle risorse umane. Il 28% delle imprese femminili adotta misure di conciliazione tra vita lavorativa e privata, percentuale che sale al 40% quando alla guida c’è una laureata.
I nodi critici: dimensioni, produttività e accesso al credito
Le criticità non mancano. Il 96,2% delle imprese femminili ha meno di 10 addetti e sconta un livello di produttività inferiore del 60% rispetto alle imprese non femminili.
Il tallone d’Achille resta il finanziamento. Il 74% fa ricorso al capitale proprio o familiare per l’avvio, fattore che genera stabilità iniziale ma frena gli investimenti strutturati. Quando però le imprenditrici ricorrono al credito bancario (37%, dato analogo alle imprese non femminili), nell’80% dei casi investono, contro il 70% di chi non ha attivato finanziamenti.
Le imprenditrici mostrano inoltre grande interesse per gli incentivi pubblici: il 27% li ha già utilizzati e il 19% intende farlo, con particolare attenzione ad aiuti regionali e credito d’imposta.
Il divario nell’innovazione: solo il 13,6% delle startup
Se il quadro generale mostra segnali positivi, l’ecosistema innovativo racconta un’altra storia. Solo 1.648 startup innovative su 12.133 totali (13,6%) sono fondate o co-fondate da donne, evidenziando una forte sottorappresentazione.
Queste startup operano prevalentemente nei servizi (81%) e mostrano attenzione alla sostenibilità: il 16,6% è ad alto valore tecnologico in ambito energetico, il 3,5% ha vocazione sociale. Il 19,8% sono imprese giovanili, percentuale superiore alle startup non femminili.
Sul fronte della proprietà intellettuale, il 16,9% è titolare di brevetti o software, parametro che misura la partecipazione femminile alle attività di innovazione.
La sfida dei finanziamenti e della sopravvivenza
Anche nell’innovazione il nodo finanziario si conferma critico. Solo l’1,7% delle startup femminili ha utilizzato il bando Smart&Start di Invitalia. Il ricorso al capitale familiare, come detto, pur garantendo stabilità, limita la propensione a innovare.
I dati internazionali confermano il divario. Nel 2024 le startup fondate da donne in Europa hanno raccolto solo il 12% del capitale totale dai fondi di venture capital (5,76 miliardi di euro, in calo del 12% sul 2023). Negli Stati Uniti la situazione è leggermente migliore: 45,3 miliardi di dollari, pari al 22,7% degli investimenti.
La sopravvivenza resta critica: a cinque anni dall’avvio esiste un differenziale di 5 punti percentuali tra startup femminili e altre imprese, forbice che si allarga negli anni successivi.
La leva della formazione e degli incentivi
C’è però una ricetta per invertire la rotta. Le imprese femminili che utilizzano finanziamenti e incentivi pubblici mostrano una produttività superiore del 33% rispetto alle altre. Se a questo si aggiunge la formazione del capitale umano, l’incremento sale al 40%. La probabilità di investire cresce del 10%, che diventa 14% con l’impegno sulla formazione.
Come sottolinea Andrea Prete, presidente di Unioncamere: “È un’imprenditoria matura, istruita, motivata, con una leadership consapevole. Una risorsa preziosa che va accompagnata con strumenti e strutture di supporto, oltre che con fondi“. Le imprenditrici chiedono però maggiore semplificazione nell’accesso agli incentivi.
Roma capitale dell’imprenditoria femminile
A livello geografico, Roma si conferma la prima provincia italiana con quasi 100mila imprese femminili (96.421 al 30 settembre 2025). Il tasso di occupazione femminile nella capitale ha raggiunto il 58,5%, valore più alto di sempre.
L’imprenditoria femminile italiana rivela un potenziale significativo, frenato da barriere strutturali all’accesso al credito e all’innovazione. Superare questi ostacoli, attraverso politiche mirate di supporto finanziario, formazione e semplificazione burocratica, è la chiave per liberare un’energia imprenditoriale che può contribuire alla crescita economica del Paese.