Nella bibbia di ogni bravo sales ci sono almeno 22 nomi di aziende italiane: sono le “nostre” Tier 1, quelle più ambite per tutti i nostri progetti, quelle che fatturano “tanto”. Di grandi aziende ne abbiamo. Da sempre l’economia italiana poggia su un tessuto diffuso di piccole e medie imprese, che rappresentano un elemento distintivo del modello produttivo nazionale per capacità di specializzazione, flessibilità e radicamento territoriale. Limitare però la lettura del capitalismo italiano a questa sola dimensione rischia oggi di offrire una rappresentazione incompleta del Paese.
Italia = PMI, sì ma…
Accanto alle PMI, esiste infatti un nucleo di grandi imprese private che costituisce un notevole patrimonio industriale. Secondo una recente analisi di KPMG per il Corriere della Sera, sono 22 le aziende italiane a controllo privato che superano i 4 miliardi di euro di ricavi annui. Tra queste figurano Ferrero, Prada, Barilla, Mapei, Brembo e Cremonini: realtà spesso caratterizzate da una proprietà familiare stabile, da una governance di lungo periodo e dalla capacità di competere con successo sui mercati internazionali mantenendo una forte identità industriale. Nel loro insieme generano oltre 326 miliardi di euro di fatturato. Attenzione perchè ci sono anche altre 35 imprese che si collocano nella fascia compresa tra i 2 e i 4 miliardi di euro e mirano ad entrare nel club.
Questo segmento del sistema produttivo meriterebbe probabilmente maggiore attenzione, sia nella ricerca economica sia nel dibattito pubblico. Molte di queste imprese condividono alcuni tratti ricorrenti: un azionariato stabile, una visione imprenditoriale orientata alla continuità e una crescente capacità di utilizzare gli strumenti della finanza per sostenere processi di sviluppo, internazionalizzazione e acquisizione. Non a caso, nel 2025 il mercato italiano delle operazioni di fusione e acquisizione ha registrato circa 1.350 transazioni per un controvalore superiore a 70 miliardi di euro, con una presenza sempre più significativa delle imprese italiane nel ruolo di acquirenti, anche oltre i confini nazionali.
La dimensione aziendale è oggi al centro delle riflessioni sulla competitività europea. Il Rapporto Draghi sottolinea come investimenti in innovazione, transizione energetica e presenza globale richiedano imprese in grado di raggiungere una massa critica adeguata. Analogamente, le istituzioni europee hanno più volte richiamato l’attenzione sulla necessità di ridurre la frammentazione del tessuto produttivo italiano.
Ciò non vuol dire, per i più lamentosi, mettere in discussione il valore delle PMI, che continueranno a rappresentare una componente essenziale dell’economia nazionale. Significa piuttosto interrogarsi su come favorire la crescita di quelle imprese che possiedono le competenze, le ambizioni e le condizioni per compiere un salto dimensionale. In questa prospettiva, l’apertura del capitale, il ricorso a investitori istituzionali, l’utilizzo del mercato azionario e una maggiore propensione alle aggregazioni possono rappresentare strumenti utili per accompagnare percorsi di sviluppo sostenibili nel tempo.
E ritorniamo sempre lì: dobbiamo costruire un ecosistema capace di preservare la ricchezza del modello imprenditoriale diffuso italiano e, al contempo, favorire la nascita di un numero crescente di campioni nazionali in grado di competere su scala globale. Dai che siamo bravi. Dai che ce la facciamo.