993 miliardi di euro.
È il valore generato in Italia dall’intera filiera dell’ecommerce nel 2025, secondo la ricerca Netcomm-Nomisma.
Di questi, 293 miliardi sono valore aggiunto diretto, pari al 13% del PIL italiano. Il resto, 700 miliardi, sono consumi intermedi: beni e servizi che le imprese comprano per far girare la macchina.
2,2 milioni di occupati. 69 miliardi incassati dall’erario tra imposte dirette e indirette.
Alcuni dati:
Le transazioni ecommerce hanno raggiunto 178 miliardi, con il b2c a 73 miliardi e un tasso di penetrazione sui consumi familiari che supera il 13%.
L’export digitale è cresciuto del 9% tra 2023 e 2025, tre volte più veloce dell’export tradizionale fermo al 3%. Per il 46% delle aziende digital-oriented, l’ecommerce è già il canale principale per i mercati esteri.
L’87% degli italiani ha fatto almeno un acquisto online nell’ultimo anno.
Il 71% usa l’AI per orientare le proprie scelte d’acquisto, con picchi dell’80% tra i Millennials.
C’è però un punto che dovrebbe preoccupare chi lavora in questo settore: il 14% degli italiani fa già almeno metà dei propri acquisti online fuori dall’Unione Europea. E basta una tassa fissa di soli 2 euro sui piccoli pacchi extra-UE per spingere il 48% dei consumatori a ridurre gli ordini, con il 17% che li azzererebbe del tutto.
Due euro. Una sensibilità al prezzo estrema, che dice molto su quanto sia sottile il margine di fidelizzazione verso le piattaforme domestiche.
Il presidente di Netcomm Roberto Liscia chiede una politica industriale dedicata che riconosca il commercio digitale come settore strategico, e una semplificazione normativa per superare la frammentazione del mercato unico europeo.
Difficile dargli torto. Un settore che vale il 13% del PIL e impiega il 9% dei lavoratori italiani meriterebbe un’attenzione politica almeno comparabile a quella riservata all’automotive o all’acciaio.
Per chi lavora nei pagamenti digitali, nella logistica, nel marketing o nella tecnologia applicata al retail, questi numeri non sono una statistica astratta ma disegnano comunque il perimetro del mercato in cui operiamo.
E il perimetro si sta allargando.