
Sono poche, spesso relegate a ruoli di staff e meno propense alla mobilità internazionale.
Sono le donne executive italiane, che rappresentano appena il 17% dei ruoli apicali.
In Francia sono il 32%, in Belgio il 24%, in Germania il 23%.
È il quadro che emerge dalla seconda edizione dell’Osservatorio Donne Executive di SDA Bocconi in collaborazione con Eric Salmon, che ha analizzato oltre 5.000 manager in quattro Paesi europei.
In Italia un’impresa su cinque non ha nemmeno una donna in posizioni executive. Le donne sono più presenti in HR, legale, sostenibilità, molto meno in funzioni tecniche, operations e strategiche.
Solo il 7% dei CEO è donna.
Nota però: uno dei principali fattori di questo divario è la scarsa presenza femminile nei percorsi formativi STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), che penalizza le donne nelle fasi di avanzamento professionale.
Le nuove generazioni si muovono, ma il “collo di bottiglia” ai vertici resta.
In Francia hanno messo una pezza con una legge, la Loi Rixain, che impone quote minime del 30% entro il 2027 e del 40% entro il 2030.
In Italia, invece, le regole si fermano ai board non esecutivi.
Eppure la parità di genere nelle imprese non è (più) solo una questione etica o di equità sociale: è un fattore strategico, che impatta direttamente su performance, innovazione e reputazione.
Team con equilibrio di genere producono idee più solide e meno omologate; la presenza di donne nei ruoli apicali correla positivamente con la crescita del fatturato e la solidità nel lungo periodo. (lo dicono ricerche di McKinsey, BCG e Harvard Business Review).
Non deve essere una battaglia, ma una questione di intelligenza collettiva.