Per molti indicatori, l’economia cinese non è mai stata così forte: surplus commerciale record (1.200 miliardi di dollari) e leadership globale in settori strategici come veicoli elettrici, pannelli solari, cantieristica navale e robot umanoidi. Eppure, qualcosa non torna.

In termini di dollari, il peso della Cina sull’economia globale sta diminuendo. Dal picco del 2021, quando rappresentava circa il 19% del PIL mondiale, è scesa al 17% nel 2025. Rispetto agli Stati Uniti, era arrivata a valere quasi tre quarti dell’economia americana: oggi è meno dei due terzi.

Come è possibile? Due fattori chiave: la deflazione interna, che riduce il valore dei beni prodotti, e uno yuan debole, che erode il valore di tutto ciò che viene misurato in dollari. Il risultato è paradossale: la Cina produce più che mai, ma il valore di ciò che produce ristagna.

Per le aziende occidentali presenti nel paese del dragone le conseguenze sono concrete: i ricavi in yuan valgono sempre meno una volta convertiti. Non a caso, colossi come Inditex (Zara) hanno drasticamente ridotto la loro presenza nel paese; tra il 2010 e il 2018 apriva in media un negozio a settimana in Cina, arrivando a quasi 600 punti vendita.
Poi il cambio di scenario: valuta debole, deflazione e crescente competizione locale: dal 2018 al 2026 ha ridotto la presenza fisica di circa l’80%. Gosh.

In tutto questo ovviamente:

  • le aziende cinesi esportano sempre di più (anche grazie allo yuan debole)
  • la crescita dipende sempre più dalla domanda esterna
  • aumentano le tensioni commerciali globali

Il paragone con il Giappone è inevitabile: un’economia che nel 1995 valeva quasi i tre quarti di quella americana e oggi non raggiunge il 15%.

La Cina seguirà lo stesso percorso? Non è detto.

Il FMI prevede che dal 2026 la quota cinese sull’economia globale tornerà, lentamente, a crescere.

Cina a parte, per chi fa business non basta guardare la crescita reale. Conta sempre di più in quale valuta quella crescita si traduce.

Fonte: WSJ

Tags: